Cultura

Dante in esilio a Verona e la terribile condizione del bandito nella società del tempo.(1)

3 Gennaio 2023

“Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente e questo è quello strale che l’arco dell’essilio pria
saetta”(Paradiso, XVII, vv. 55-57)

di Maurizio Brunelli

Proviamo a riflettere sull’importanza che può aver avuto per Dante, al momento della sua scelta di
ritornare a Verona (1312?), lo stato psicologico conseguente alla condizione d’esule, dopo dieci
anni di pellegrinaggio e senza la speranza concreta di un rientro in Firenze. L’esilio era, dopo la
condanna a morte, la cosa peggiore che poteva capitare: lo sradicamento perpetuo dai propri
affetti e dalla patria, molto spesso accompagnato dalla confisca e vendita dei beni o, peggio, dalla
loro distruzione. Tornano alla mente le parole che il notaio vicentino Ferreto Ferreti, storico e
poeta, attribuisce a Verde da Salizzole, la madre del futuro Cangrande della Scala nel suo poema
dedicato al signore scaligero. Nell’atto di rassicurare il marito Alberto per quel figlio che portava in
grembo gli promise che, se fosse stato necessario, si sarebbe sottoposta ad ogni prova pur di
darlo alla luce, compresa quella dell’esilio. Forse non è casuale che nell’elencare queste prove
questa sia posta alla fine, come in un crescendo, a sottolinearne la gravità: “O decoro, o unica
speranza della nostra vita e consolazione del male, non c’è nulla che io rifiuti di sopportare per te.
Non di morire controvoglia se questo è ciò che il destino comporterà. Io stessa mi getterò tra le
roventi fiamme del rogo o mi butterò a capofitto tra le cieche acque che rendono temibile un fiume.
Affronterò gli amari tormenti con coloro che hai mandato in esilio, affinché ciò ti renda
potente e fortunato agli occhi di Dio e ti doni la prole che attendi. Ogni cosa patirò fino in fondo”.
Del resto era troppo importante la nascita di quel figlio il cui concepimento era stato addirittura
programmato, in quanto avrebbe dovuto, grazie a precisi calcoli astrologici, essere l’artefice di un
grande progetto di espansione territoriale. Riportiamo solo a mo’ d’esempio una delle poste degli
statuti del Comune di Verona in materia di delitti contro lo stato punibili con il bando. Queste
norme, contenute nell’edizione del 1276, vennero confermate nella revisione attuata proprio da
Cangrande nel 1327: “Stabiliamo e ordiniamo che (…) [coloro che] rifiutandosi di adempiere agli
obblighi nei confronti del Comune di Verona alla stregua dei traditori del Comune di Verona e della
fazione che regge la città di Verona e alla stregua dei sovversivi nei confronti del bene del Comune
di Verona, siano e debbano per sempre di diritto essere messi al bando del Comune di Verona; e
non aspirino ad alcuna onorificenza, non possano fare testamento, non vengano assolutamente
ammessi alla successione di qualcuno, non venga ricevuta la loro testimonianza, non vengano
ascoltati in sede di giudizio, non ottengano assolutamente alcuna magnanimità, e vengano anche
condannati a perenne infamia. Che i loro beni vengano confiscati e vadano di diritto al Comune di
Verona; e che le loro case vengano distrutte dalle fondamenta e che rimangano distrutte, senza
speranza di una ricostruzione; e che vengano estirpate dalle radici le loro vigne e i loro alberi e che
rimangano distrutti. E se qualcuno di loro sarà mai giunto nella disponibilità del Comune di
Verona, che venga trascinato per la città e per i borghi, e che poi venga impiccato alla forca in
modo tale che muoia (…)” ( 2 ). Quel particolare stato d’animo può essere colto dalle parole con cui
Romeo Montecchi, nella celebre tragedia shakespereana Romeo e Giulietta, ambientata a Verona
al tempo di Bartolomeo della Scala, accoglie la notizia del suo esilio: “L’esilio? Siate
misericordioso, parlate di morte, l’esilio è tanto più terribile della morte. Non parlate di esilio. (…)
Non v’è vita fuori delle mura di Verona. C’è solo il purgatorio, la tortura, l’inferno. L’esilio da Verona
è l’esilio, e l’esilio dal mondo è la morte: invece di esiliato è meglio dire morto” ( 3 ). E questa era
una condizione comune a tutte le città del tempo. Dante che per trovare conforto alla perdita di
Beatrice era ricorso alla lettura della Consolazione della Filosofia di Severino Boezio e del De
Amicitia di Cicerone, da esule, avrebbe potuto servirsi ancora di quei testi. Boezio del resto non
era ricorso alla Filosofia per lenire il dolore di un amore perduto ma per sopportare l’ingiusta pena
1 Il testo è tratto da: Dante e Cangrande della Scala. Le ragioni di una scelta e le ragioni di
un mito, M. BRUNELLI, ediz. BastogiLibri, Roma, 2022.
2 Statuti del Comune di Verona, nell’edizione Gli Statuti di Cangrande (1327), a cura di M.
Brunelli, pubblicati per conto della Fondazioni Barbieri onlus, Verona, 2018, Libro III, posta
163.
3 W. SHAKESPEARE, Romeo e Giulietta, Atto III, Scena III, nell’edizione Grandi Tascabili
Economici Newton, Roma, 1997.

dell’esilio: “E questa necessitate mosse Boezio di se medesimo a parlare, acciò che sotto pretesto
di consolazione escusasse la perpetuale infamia del suo essilio, mostrando quello essere ingiusto”
(Convivio, I, II, 13). E Dante quando scrive queste cose nel Convivio – dunque intorno al 1304 –
sta vivendo da poco questa dolorosissima condizione e non la può tacere: “Ahi, piaciuto fosse al
dispensatore de l’universo che la cagione de la mia scusa mai non fosse stata! Ché né altri contra
me avria fallato, né io sofferto avria pena ingiustamente, pena, dico, d’essilio e di povertate. Poi
che fu piacere delli cittadini della bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori
del suo dolce seno (nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo della vita mia, e nel quale, con
buona pace di quella, desidero con tutto lo core di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo
che m’è dato) per le parti quasi tutte alle quali questa lingua si stende, peregrino, quasi
mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga della fortuna, che suole
ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e
sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa
povertade” (Convivio, I, III, 3-4). Lo ribadirà nell’epistola VI agli scelleratissimi Fiorentini e nella VII
al futuro imperatore Enrico VII (1311), definendosi “exul immeritus”. Ed ancora alcuni anni dopo
(1318?), quando sarà ormai stabile a Verona e a metà del suo Paradiso, i toni amari di questa
esperienza raggiungeranno l’acme per bocca del suo trisavolo Cacciaguida: “Tu lascerai ogni cosa
diletta più caramente e questo è quello strale che l’arco de lo essilio pria saetta … Tu proverai
quanto sa di sale lo pane altrui e quanto è duro calle lo scendere e il salire per le altrui scale“
(Paradiso, XVII, vv. 55-60).
E’ assai probabile che ad un quindicennio di distanza lo assalisse di tanto in tanto ancora lo
sconforto e sentisse di ricorrere a quelle opere per cercare rimedio. Certo difficilmente le
possedeva ed allora Verona anche per questo faceva proprio al suo caso. L’opera di Boezio e
quella di Cicerone le poteva trovare nell’antica Biblioteca Capitolare. E’ poi logico pensare che la
prima cosa che Dante cercava era un luogo sicuro dove trascorrere in pace i suoi giorni, attendere
al suo lavoro di poeta e di profeta e magari sperare di ricongiungere a sé anche la propria famiglia.
Non farà in tempo a vedere che il figlio Pietro, proprio grazie all’aiuto degli Scaligeri, si stabilirà
definitivamente a Verona e lascerà qui la discendenza del suo casato. Ed è lecito credere che in
occasione del suo ritorno si sia presentato all’ancor giovane Cangrande non solo come poeta e
diplomatico ma, grazie al suo bagaglio culturale, come precettore. Il principe veronese era in fondo
un ventenne di belle speranze; e se pur le stelle l’avevano favorito donandogli le virtù del
condottiero, la sorte non gli aveva risparmiato il dolore della perdita di tutti i suoi più diretti
congiunti. Quando aveva appena quindici anni erano già morti il padre Alberto, il fratello maggiore
Bartolomeo, la madre Verde e le sorelle Costanza e Caterina. A novembre del 1311 moriva l’ultimo
fratello, Alboino. E doveva pure soffrire per la sterilità della moglie, Giovanna di Corrado
d’Antiochia, che non gli dava quei figli che avrebbero dovuto ricevere l’eredità del suo grande
progetto. A sua volta Dante, di 26 anni più grande, poteva essergli padre. Non
è difficile credere, nonostante (si dice) l’aspro carattere del Poeta ( 4 ), che vi sia stato tra i due un
rapporto che andava oltre la formalità di un ufficio. Del resto Dante in questo lungo periodo non
aveva potuto seguire direttamente e con continuità i propri figli ed avrebbe perciò potuto rivolgere
quelle attenzioni a chi per età poteva essergli figlio. Potrebbero essere al riguardo illuminanti
alcune parole dell’epistola XIII, con cui dedica a Cangrande il Paradiso: “Il mio affetto ardente e
sincero non mi permette di passare sotto silenzio anche il fatto che in questo scambio di doni può
sembrare che si attribuisca più importanza all’omaggio e alla fama che al signore; invece apparirà
evidente, se si farà sufficientemente attenzione, che ho espresso, con la sua dedica, il presagio
che la gloria del vostro nome si diffonderà: e ciò di proposito”. E sottolineando il valore
dell’amicizia: “E se si volge lo sguardo all’amicizia, quella vera e “per sé”…, aggiunge Dante: “…
non c’è alcuna presunzione nel propormi come devotissimo e anche amico. E siccome stimo la
vostra amicizia come un tesoro preziosissimo, desidero coltivarla con diligenza previdente e cura
sollecita”.

(1) 4 P. GIOVIO, Gli elogi. Vite brevemente scritte d’huomini illustri di guerra, Venezia, 1557, pp.
62-

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