Italia

Il ritorno dell’inetto

14 Marzo 2020

Ed eccolo lì, seduto con la gobba alla scrivania. La barba mal tagliata, l’occhio senza profondità, una tazza di caffè americano. La camicia a righe bianche in campo azzurro è mal stirata, di quelle di lino, la forfora sulla giacca denota di una scarsa igiene e le Clark’s rovinate lo fanno più simile a Süss piuttosto che a quello a cui aspira essere. Quello che vuoi essere, caro mio, è troppo oltre la tua meschina figura. Mangi a tutti i tavoli, ma di quei tavoli non ritieni niente, solo informazioni che impropriamente farai tue. Servi a tutti i tavoli, ma non hai mai servito la giusta causa, non hai mai fatto il cameriere, ma lo sei nell’animo, le tue maschere ora in tempo di crisi cadono, quando occorre levarsi la camicia e indossare l’unica per la quale hai tanto fascino, ma sei lontano da indossarne la sorte.

di Adolfo Durazzini

Quando Italo Svevo, nell’omonimo romanzo, dava vita alla figura dell’inetto, giungeva a noi una testimonianza chiara di quello che sarebbe diventato successivamente il modello di “maschio” per tutto il ventesimo secolo. L’inetto sveviano non era un uomo, ma era l’ombra di un umano, un individuo solo e senza radice alcuna, senza più quella forza vitale che permette l’atto di volontà. Non ci dilungheremo qui sul sempiterno dibattito tra “pagani” e cristiani riguardo volontà, fede e ragione, piuttosto, è interessante notare come lo scritto di Svevo fu esemplare, nel senso che diede esempio, e anche una forma di legittimazione, a schiere di europei per accettare con rassegnazione la sorte triste dell’uomo e dell’Uomo. Una particolare lettura del cristianesimo attuale, stanco del pensare e dell’agire secondo Parola, ha fatto suo questo abbandono, pretendendo che l’inetto abbia ben più a che fare con il personaggio solitario e debole, fragile e ostile alla forza di volontà che molti “cristiani” vedono in Cristo. In questa ottica modernista, Woyzeck[1], ad esempio, diventa per antonomasia più affine al percorso di Gesù, nell’umiliazione, nel dolore, piuttosto che un Maestro e Margherita di bulgakoviana memoria, o il Gesù de “Il Processo”[2] di Luigi Garofalo. Questa definizione ha del personale, del soggettivo ed implica una scelta teologica del tutto moderna e raccapricciante. Quanti sono stati inclini, ed oggi ancor di più, a vedere in Gesù di Nazareth, un pre-adolescente capriccioso e debole, privo di ogni senso di virilità nell’abbandonarsi alla sorte e alla guida di un padre che non lo ha udito nel giungere della sua morte per mano di un’umanità interessata solo alla decadente forma di autorità religiosa, al danaro e al potere. Questa visione del Cristo è stata messa avanti da un certo tipo di clero, tralasciando invece la sua lotta, le sue posizioni anti-sistemiche e la sua vittoria sulla morte apparsa come dono di sé. Gesù non è sicuramente stato un inetto, un messaggio forte ha trasudato dalla sua azione, che siamo d’accordo o meno con la sua comparsa sullo scenario globale.  A questo pro, è interessante notare come questo “Cristo” moderno e soggettivizzato è preso per modello da molti ragazzi modaioli, di quelli che s’addobbano di stracci e usano barba folta e capelli lunghi annodati o meno. Costoro sono spesso magri, da lividi, e incarnano una visione del mondo prettamente sistemica. Una visione basata sull’accostamento miscellaneo di Buddha, Cristo, Manes e altri simili messaggeri, alla figura sofferente e fragile di un finto umile umano condizionato dal troppo peso degli studi e del lavoro. Spesso questi non hanno mai sofferto di povertà, quando chiamano in soccorso il padre che sta negli attici, questo accorre con un bonifico immediato contro le orde di Erode. Sembrano lontanamente dei Sandokan nel vestire e nel profumo orientale, ma da vicino si scorge bene che alla tigre della Malesia, preferiscono l’Hello Kitty della propria girlfriend del momento, avvezza al bimbo eterno di stampo coreano e giapponese.

 Per tornare a noi, è chiaro invece che la figura dell’inetto si sia instaurata nelle menti degli uomini occidentali sin da prima dei tempi sveviani. Egli fu un precursore nell’analisi dei vari stadi liminali e finali che l’Europa, come centro di gravità pensante, ebbe come germe maledetto al suo interno. Basti pensare come l’ottocento, quello positivista di stampo anglo-sassone, abbia avuto dell’inadeguato, creando quella borghesia di forma e di essenza che va combattuta in ognuno di noi con la stessa perseveranza con la quale si uccide un virus. Borghesia, di per sé disfattista, sbandata e liquida nelle mode, nel parlare e nel formare civiltà.

Tuttavia, l’inetto ha avuto un punto di arresto nel “rinascimento mediterraneo due punto zero”: gli anni ‘20, il periodo interbellico. In quei tempi nacque, dalla filosofia di Nietzsche e Spengler tra i tanti, la controfigura dell’inetto, un uomo archetipale che basava il suo quotidiano sul hic et nunc e il suo divenire su un progetto che lo superava, vuoi dello spirito, vuoi della materia (comunismi). Si ricominciava a parlare di azione, di forme di coraggio e audacia, di vita vissuta, di esperienza, di “o la va o la spacca”. Questi furono i tempi floridi anche nelle lettere, di personaggi come Jack London, Henry de Monfreid, Saint-Exupery. Maschiacci sporchi, con occhi sempre aperti, con nuche tagliate con la scure e arsi dal sole. Essi frequentavano quei caffè e quei bar, per riposare nell’affanno delle loro vite, per cercare quel Arrigo Cipriani di turno al quale dire che l’ultima avventura è segnata da quest’ultimo vermouth. Oh, quanti finti dandy abbiamo scorto! Quanti finti Corto Maltese in questo mondo. Sibilanti, vanno qua e là, alla ricerca di qualcosa che non hanno vissuto loro, ma altri senza nome, ai quali essi hanno spodestato la giusta memoria. In città come Venezia, Trieste e Dublino, si ricominciò a parlare di avventure, di morte, di vita, di amore o amori, di coraggio, la cui essenza è sita nella fede, fede in qualcosa che per necessità ci supera. Non più la Parigi di Verlaine, non più la Londra di Jack lo Squartatore e dei vittoriani romanzi per vergini e lentigginose ragazze in attesa di un Byron molesto. Questi uomini, o donne, non pensavano, semplicemente andavano. Non studiavano, conoscevano. Si stava ricreando un vero umanesimo, un’altra volta l’Italia e l’Europa furono testimoni di un rinascimento, con il comparire di un uomo rinascimentale, tanto nuovo come arcaico. Nell’arte, nelle lettere, in guerra e in pace, negli amori, tutto era pervaso di trasversalità, nessuna specializzazione, nessuna dicotomia. Gli uomini erano di nuovo uniti e giunti allo stesso scopo, quello di Essere. Alla moda del caffè letterario, subentrava la buona e autentica osteria o taverna.

Oggi, nell’era della smart box e dei coffee house, vediamo schiere di femminucce con sti beveroni implasticati, fusione tra il peggio del coreano o taiwanese, con il californiano unitosi per l’eccezione con il borioso newyorkese. E cosa devo dire degli specializzati, coloro che rubano nozioni, informazioni, pensano o vogliono vivere come i personaggi leggendari di cui sopra parlammo, ma non sanno intonacare, cambiare una ruota, costruire un tavolo? Questi sono il peggio del peggio, si credono maschi, uomini, umani, ma non vivono quello che scrivono, non esperiscono un minimo di quello che professano.

L’inetto, purtroppo, non è mai scomparso del tutto. Chi dorme, chi non va fuori, chi rimane a casa e non fa niente, è un inetto in potenza. Sia mai che ci si sporchi le mani, facciamolo fare agli altri, ai “coraggiosi”. Sia mai che si debba conoscere, noi sappiamo e basta, dissero gli inetti. Così perdemmo per anni la traccia, seppur debole, di un pensiero forte, basato sulla presenza quotidiana di uno sforzo personale e collettivo atto a travolgere la rotta disfattista e decadente di un mondo in rovina. Di inetti ne conosciamo tanti, oggi la rivalsa loro è più che chiara, e la speranza risiede in quei giovani ragazzi e ragazze che lottano contro la propria stanchezza, la propria voglia di dormire, di stare a casa. Noi non staremo a casa, sarebbe un bel regalo a voi signorotti, per voi inetti che volete trasformare il Figlio dell’Uomo in una creaturina da quattro denari. Davanti ai pc, perdendo glutei e forza vitale, perderemo lo spirito e la vocazione ad Essere. Se dovessimo pure essere obbligati a stare a casa, lo faremo con stile, nella presenza, nel parlare, nell’agire, dobbiamo delineare un netto tracciato, qui siamo vivi e forti, qui amiamo la vita in tutte le sue contraddizioni, al di là del fiume, una mandria di pecore belanti, ometti fatti di ossucci e di risentimento, di abbandono e tristezza, di depressione e psicofarmaci. Perciò, usciamo, solleviamo pesi, portiamoci croci addosso, soffriamo, ammaliamoci, diamo tutto noi stessi alla causa, rompiamo le fila e godiamo della forza umana che ci danno le cose invisibili. All’inetto, contrapponiamo non più l’eroe, non più il nichilista, ma colui che rimane se stesso anche quando tutto è pervaso di contrario. Dalla parte della volontà, forza ci pervade, quella stessa di un torrente che straripa di gioia quando scendendo dai monti boschivi annega chi non sa nuotare.


[1] Büchner Georg, Woyzeck; Letteratura universale Marsilio ed; Venezia, 2001

[2] Garofalo Luigi, Gesù, il processo; Solferino ed; Milano, 2020

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