Attualità

Covid 19, la Calabria dice no, il sud la segua.

3 Maggio 2020

di Marina Simeone

Domani rientreranno a lavoro circa quattro milioni di italiani, in condizioni di presunta sicurezza, almeno quella assicurata dagli innumerevoli (ed incostituzionali) decreti emanati dal governo Conte, lasciando a casa famiglie vulnerabili, perché colpite dalla psicosi del virus e l’isolamento forzato. La Lombardia, il Piemonte e l’Emilia Romagna rimangono territori caldi con una presenza di contagi che non è scesa, almeno fino ad ora, al di sotto del 62% dei contagiati attivi. Alle loro spalle un centro e un sud stabili nel non manifestare il “collasso” preannunciato a gran voce da marzo in poi. Eppure l’Italia a due velocità, l’Italia del triangolo industriale e delle leggi speciali oggi sente di dover omologare la strategia della fase 2, pur consapevole della illogicità di tale azione. La Calabria si ribella e la Regione emana un’ordinanza che prevede una riapertura delle attività molto più ampia di quella prevista dal governo, in pratica passa già alle fase 3, al fine di poter e dover tornare a ridare carburante al proprio territorio, ma viene accusata di mancanza di senso di civicità. La Calabria non ha mai superato l’1% dei casi nazionali ed è la regione con la percentuale più bassa contagiati/popolazione (0,057%). Così anche per Sicilia, Basilicata Campania, Molise, Sardegna e Puglia. E’ illogico voler salvare la piccola e media impresa già straziata da burocrazia, tasse in eccesso, moria demografica, isolamento infrastrutturale, emarginazione socio-economica? Credo sinceramente di no ed esprimo la piena e convinta solidarietà al Presidente della Regione Calabria, al Presidente della Regione Sicilia e alla terra di Lucania, non dimenticando la Sardegna, che giustamente sorride dei deliri sul divieto di sostare in spiaggia, strette tutte nella mal sopportazione di queste scelte arbitrarie e superficiali. La sicurezza della salute di un popolo deve considerare tante varianti, troppe, se vogliamo intenderla alla maniera organica con la quale gli antichi greci e romani consideravano la sacralità dell’esistere; ma non volendo entrare nel merito di sentirsi alla pari con siffatto popolo civile, basti al presidente Conte sapere che il rischio di far morire di fame e di debiti numerose famiglie potrebbe essere infinite volte più pericoloso del Covid19. Si differenzino invece le fasi di rientro dal Covid 19 a seconda delle condizioni regionali e si isoli momentaneamente il confine regionale delle zone ancora rosse. Si aumenti il numero dei controlli con tamponi e analisi del sangue e si spieghi coerentemente e chiaramente quali sono le regole basilari, non di certo tramite gli ossimori che oggi leggiamo sul decreto anzi sui decreti.

Potrebbe essere una soluzione questa a dimostrazione dell’interesse dello Stato per la sorte di un’Italia che ancora oggi si difende dal COVID-19 mantenendo una percentuale di infetti che è pari al 8% per tutto il Sud Italia e che si oppone al 63% accumulato in sole tre regioni (Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna). I numeri però evidentemente non contano, almeno non questi. Sarebbero state le medesime le direttive del presidente Conte se i dati fossero stati invertiti e se a lamentarsi fossero stati i presidenti delle regioni del triangolo industriale? Probabilmente no.

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