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La riflessione del potere nella pellicola cinematografica

5 Maggio 2020

di Cristiano Ruzzi

“Lo scorso anno siete stati più di una volta al cinema?”

Una domanda che chiunque, quasi sicuramente, può rispondere in modo affermativo. Difatti, nonostante il perpetuarsi dei servizi on demand e streaming, il cinema continua a essere la principale forma d’intrattenimento collettivo della società moderna, sfornando ogni anno film di natura commerciale o di grande richiamo, al fine di garantire introiti monetari e recensioni positive. Ma se andiamo a guardare ai primi del novecento, la settima arte trovava nei critici dell’epoca diverse riflessioni su una potenzialità ancora a venire o, utilizzando una definizione di Walter Benjamin, «La dinamite dei decimi di secondo».

“Nella storia cinematografica esistono anche pellicole incentrate sui media e la comunicazione di massa: un rapporto che ha subito una metamorfosi ancor più soggettiva con l’avvento del digitale.”

Le produzioni cinematografiche, che ricalcano quest’ultima affermazione, non mancano: basti pensare a La casa di Jack di Von Trier (dove il regista quasi rispecchia un proprio testamento artistico), Tempi moderni di Chaplin (l’operaio Charlot diventa l’esempio di denuncia per una società sempre più industrializzata), o The Lobster di Yorgos Lanthimos (la distopia che porta all’estremo le relazioni sociali e l’apatia del viver quotidiano). Nella storia cinematografica esistono anche pellicole incentrate sui media e la comunicazione di massa: un rapporto che ha subito una metamorfosi ancor più soggettiva con l’avvento del digitale. Gli esempi sicuramente non mancano, ma mi limiterò a menzionare due film: il primo di questi è Quarto Potere.

L’inizio della pellicola si presenta con un velo di mistero che ricopre l’intero arco narrativo: nel castello di Candalù, in Florida, Charles Foster Kane, magnate della stampa, è in punto di morte. Tenendo in mano una palla di vetro, esclama come ultima parola “Rosabella”. Un nome da cui partiranno le ricerche del giornalista Jerry Thompson sulla vita di Kane, al fine di carpirne il significato. L’utilizzo del flashback permette allo spettatore di ricomporre – in tutta la sua complessità – la vita del protagonista e del suo distacco progressivo verso gli affetti familiari, i rapporti con amici e colleghi, man mano che l’impero mediatico di Kane cresceva in grandezza.  

Ed è proprio su questo punto che il regista pone la sua pedagogia critica, legata a doppio filo con la narrazione del film: il giornale e la radio utilizzati non solo per fini comunicativi, ma come vettori di potere concentrati in una singola persona. Una visione lucida narrata dal cinegiornale che annuncia la morte di Kane: «1898: Kane spinge il paese ad entrare in guerra. 1919: si oppone alla belligeranza. Contribuì ad almeno una volta all’elezione di un presidente degli Stati Uniti. Lottò per milioni di americani, e fu odiato da altrettanti milioni di cittadini. Per quarant’anni non vi è stato un evento importante nei confronti del quale i giornali di Kane non abbiano preso posizione. Non vi è stato un uomo politico che Charles Kane non abbia sostenuto, o attaccato. Spesso sostenuto, poi attaccato.»

Il rapporto tra i media e il potere come controllo sociale si ripresenterà nel 1976, con l’uscita di Network (tradotto in italiano come Quinto Potere). Un film che presenta alcune similitudini con Quarto potere – un fatto di cronaca come preludio alla trama –, ma vede la televisione come principale vettore comunicativo.

Ed è il tubo mediatico ad incanalare i sogni, le speranze e i pensieri dei protagonisti: Max Schumacher, direttore del settore notizie, portato a ricercare una parvenza di umanità in un contesto lavorativo tanto freddo quanto spietato; Diana Christensen, manager dell’UBS stakanovista e ossessionata da indici e percentuali dell’audience televisivo; Howard Beale, conduttore televisivo che si trasformerà, a seguito di una folgorazione divina, nel “pazzo profeta dell’etere”.

“Non esiste l’America, non esiste la democrazia! Esistono solo IBM, ITT, AT&T, Dupont, DOW, Union Carbide ed Exxon.”

Sono i comunicati di Beale ad assumere, nel corso della trama, una svolta che passa da deliranti sfoghi personali ad articolate critiche verso la disumanizzazione delle persone: «Voi fate tutto quello che la TV vi dice: vi vestite come in TV, mangiate come in TV, tirate su bambini come in TV, persino pensate come in TV. Questa è pazzia di massa, siete tutti matti! In nome di Dio, siete voialtri la realtà: noi siamo le illusioni!»

Ben presto l’evoluzione del pensiero di Beale andrà ad intaccare, in maniera profonda, gli interessi economici della UBS. Da qui il confronto tra il protagonista e il presidente della compagnia Arthur Jensen, con un monologo di quest’ultimo che ai giorni nostri ci appare crudo e veritiero nel sottolineare l’importanza delle lobbies cosmopolite a discapito delle singole nazioni: «Lei si mette sul suo piccolo schermo da ventun pollici e sbraita parlando d'”America” e di “democrazia”… Non esiste l’America, non esiste la democrazia! Esistono solo IBM, ITT, AT&T, Dupont, DOW, Union Carbide ed Exxon. […] Non viviamo più in un mondo di nazioni e di ideologie, signor Beale: il mondo è un… un insieme di corporazioni, inesorabilmente regolato dalle immutabili, spietate leggi del business. Il mondo è un business, signor Beale: lo è stato fin da quando l’uomo è uscito dal magma

Messo alle strette, Beale si sottometterà al sistema fino al tragico, drammatico, epilogo. Perciò è evidente come i paradigmi di due singoli film possano offrire, agli occhi del lettore, un cinema che non sia solo un prodotto d’intrattenimento per grandi e piccini, ma anche propagatore della technè e delle sue conseguenze verso l’individuo e la società con cui interagisce quotidianamente.

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