interviste

Una Summa con Alain de Benoist.

28 Giugno 2020

Il dibattito culturale attuale sempre più frequentemente parla dell’Europa come di un fardello che portiamo indosso, ma che cosa è stata o che cosa è per lei l’Idea di Europa?

 Che cosa dovrebbe essere l’Europa? In teoria la risposta è semplice: intanto dovrebbe essere una potenza autonoma, basata sulla sua identità e sulla sua storia, con il fine di tornare ad essere quel calderone di cultura e civiltà che fu. In pratica ciò non avviene. L’Europa è tuttora divisa, impotente e paralizzata. Lungi dal rappresentare una potenza, si è costruita alla stregua di un mercato al soldo del capitalismo liberale. Tuttavia, l’Europa è tutt’altra cosa dall’Unione Europea. Non dobbiamo confondere queste due entità. L’Unione Europea non è al servizio dell’Europa, ma alla mercè di quell’ideologia dominante che è il liberalismo. In questo modo la UE è ormai un fardello. Trenta o quarant’anni fa “l’Europa” appariva come la soluzione a tutti i problemi. Oggigiorno, non è nient’altro che un problema che si è venuto ad aggiungere agli altri.

L’implosione della società europea è stata causata da ragioni prettamente economiche o principalmente dalla ideologia del “lasciar fare” che ha invaso l’intero occidente durante il suo eccezionale arricchimento della seconda metà del XX secolo?

Non possiamo dissociare questi due aspetti. I fattori economici non sono fattori obiettivi, cioè per natura separati da ogni influenza ideologica. Il liberalismo è al contempo una teoria politica, una teoria economica, un’ideologia e un’antropologia (che si basa sull’individualismo, l’utilitarismo e il primato dei valori di mercato). La stessa nozione di laisser-faire è di risonanza economica oltre che morale. Infatti, si tratta soprattutto di una nozione apolitica o antipolitica, la quale porta alla tentazione di voler sostituire l’amministrazione delle cose al controllo degli uomini. Tuttavia questa ideologia liberale è in crisi da un po’ di tempo, vuoi perché le sue stesse contraddizioni rappresentate dalle “democrazie liberali” sono ormai palesi (Carl Schmitt diceva che una società affievolisce la sua forza democratica quando essa tende maggiormente all’aspetto liberale) o perché il sistema di mercato si scontra con i suoi stessi limiti.

L’eccezionale arricchimento al quale si riferisce, rallenta sempre di più. Le disuguaglianze aumentano tra paesi e all’interno di essi. La società non è più piramidale, là dove i profitti cumulati in alto ridiscendevano più o meno repentinamente fino alla base. Alla piramide, ora abbiamo sostituito la clessidra, i profitti continuano a cumularsi in alto, e in basso la povertà aumenta e il precariato si estende.  La classe media ha cominciato a disgregarsi, la fascia medio-bassa tende sempre più a confondersi con quella delle fasce popolari. Il risultato è una situazione di crisi permanente che probabilmente peggiorerà a causa delle rivolte sociali in continua crescita e per via della crisi finanziaria globale che si prospetta per gli anni a venire.

Nella logica delle costruzioni “ciclopiche” l’Europa deve guardare a oriente oppure rimanere legata alla sfera d’influenza occidentale o meditare una nuova strategia di apertura mediterranea?

L’Europa deve separarsi dall’Ovest, poiché gli interessi europei e gli interessi americani in generale, non collimano per motivi essenzialmente geopolitici. Gli Stati Uniti rappresentano la grande potenza del Mare, allorché l’Europa appartiene alla potenza Terra, vale a dire alla potenza continentale. Concretamente significa che dobbiamo fuoriuscire dalla NATO e dall’Alleanza atlantica per riavvicinarsi alla Russia, vedasi alla Cina. Parallelamente, sta all’Europa definire le condizioni per una nuova cooperazione con il mondo mediterraneo al quale essa è legata sin dalle sue origini.

Christopher Caldwell ha scritto che “la progressione esponenziale nel continente dell’immigrazione musulmana sta sconvolgendo le fondamenta della civiltà Europea” perché l’Islam a suo dire è incompatibile con i valori occidentali. Lei ritiene che questa incompatibilità tra l’Islam e l’Europa sia una invenzione ideologica o un pericolo concreto?

Non a me, ma a Christopher Caldwell dovrebbe porre questa domanda! Personalmente non sono un avversario dell’Islam, credo tuttavia che l’Europa non abbia la vocazione per diventare musulmana, come non ne ha per continuare la politica d’accoglienza degli immigrati, i quali guidati dai propri dirigenti, formano una vera e propria controsocietà all’interno dei paesi europei. Le patologie sociali scaturite dall’immigrazione sono ora ben note ai più. Il fatto che la maggioranza degli immigrati (non tutti) siano di cultura e di religione musulmana è un ostacolo aggiuntivo alla loro integrazione, poiché, esclusa ogni valutazione valoriale da parte mia, le nostre concezioni sul mondo, sulla società, sulla vita, sui rapporti tra generi, non appartengono alla loro stessa sensibilità. Credo piuttosto che la ricchezza dell’umanità stia nella grande diversità che distingue popoli, culture, nazioni, senza dover dividere queste dal loro interno. In altri termini, occorre andare verso un mondo eterogeneo associando dei paesi omogenei, e non come si fa oggi, attraverso paesi eterogenei in un mondo omogeneo sotto ogni aspetto.

Le vittorie dei populismi hanno decretato un po’ ovunque la fortuna del termine “sovranismo”, ma è veramente il sovranismo il futuro delle nazioni europee e dell’Europa stessa?

Il termine sovranismo è equivoco, spesso viene usato come attributo del termine populismo. Esistono però populismi che non sono sovranisti e sovranismi che non sono populisti. D’altro canto, esistono diverse concezioni di sovranismo molto diverse tra di loro. Generalmente i sovranisti si autoconcepiscono alla maniera di Jean Bodin: un sovranismo giacobino e onnicompetente. In realtà, lo possiamo pensare anche come lo voleva Altusio: un sovranismo spartito su più livelli, che dà importanza al principio di sussidiarietà o meglio di sufficiente competenza. Inoltre, quando si parla di sovranità, occorre precisare qualora si stia facendo allusione alla sovranità nazionale o piuttosto a quella popolare. Queste sono due cose di fatto totalmente diverse, quella popolare è la base della democrazia e non è necessariamente appannaggio dello stato nazionale. Il problema permane anche a riguardo del sovranismo europeo. La maggior parte dei sovranisti rifiutano la tesi di un’Europa sovrana perché questa si oppone ai sovranismi nazionali. Personalmente non condivido questa opinione. Capisco che nel contesto attuale i sovranismi nazionali costituiscano un rifugio o una linea di fuga al mondialismo incarnato dalla UE, ma non escludo a prescindere l’idea che si possa pervenire, in altri modi, ad un sovranismo europeo. D’altra parte, il sovranismo popolare può, secondo me, esistere a più livelli. Infine, aggiungo che il sovranismo non è automaticamente il garante dell’identità, anche se può comunque facilitarne la sopravvivenza, si può essere sovranisti senza necessariamente possedere un’identità. Questo è un fatto che spesso non si rammenta.

Pensando alla decrescita felice, all’ecologia, quindi ad un ritorno a forme di società più spirituali, possiamo intendere il sovranismo interiore come forma fondante per la costruzione di comunità fraterne?

Effettivamente possiamo anche concepire il sovranismo interiore, che va esercitato su se stessi, allora parleremo di tenuta di sé, di dominio del sé o d’”impero interiore”. Una comunità di uomini liberi funzionerà ancora meglio se al suo interno comprenderà uomini e donne che possiedono le qualità che ho citato sopra. Ma qui si tratta di un concetto abbastanza diverso da quello che intendiamo quando si parla di sovranismo in senso politico.

Tradotto dal francese, copyright 2020 Adolfo Durazzini. Per l’intervista in lingua originale scrivete a redazione@revolvere.it

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