cultura editoria identitaria

Il Grande Anonimo e la Sua censura!

1 Settembre 2020

di Adolfo Durazzini

Nei vari tentativi di crearsi un “angolo di Paradiso”, i tradizionalisti europei, e non solo europei, tentarono di tracciare rotte inestinguibili di visioni più o meno corrette con ciò che chiamiamo comunemente “tradizione”. Se questo termine ricopre l’insieme di concetti e fenomeni legati al mondo avita e che per questo vanno tramandati per via orale e scritta, con “tradizionalismo” andremo a definire un ulteriore mondo. I “tradizionalisti” rincorrendo epoche mai vissute ma sentite come proprie, o per lo meno anelate, come l’Età dell’Oro presente in modo ossessionante in tutte le grandi tradizioni mondiali premoderne, tramandano noi più che “tradizione” l’ombra di questa, corroborata da un corredo di fantasie e misticismi o concezioni metafisiche, che tuttavia sono state foriere di attimi di respiro rispetto alla deliquescenza del mondo occidentale. Possiamo annoverare anche autori liminali quali Lovecraft o prima di lui Edgar Allan Poe per quanto concerne l’immersione nel mondo paranormale, di fatto necessaria all’epoca per trovare una “linea di fuga” dalla modernità, o come non citare i grandi scrittori del romanticismo francese che, ancor più dei tedeschi, rimasti banalmente nella classica esaltazione popolana della natura e dell’irrazionale, andavano a sondare stati d’animo quali lo spleen. Quasi ad essere un’autentica autocritica, nonché critica della società moderna, lo spleen per i francesi implicava una rivolta individuale tuttavia non matura, piuttosto adolescenziale, che poteva scaturire, direi, nella frenesia e nell’accettazione della “tigre”, in senso evoliano, o nel suicidio, nel senso mishimiano. In questo torpore alquanto realistico, la fede cieca nel “Dio è morto” fu sentita dapprima dagli stessi che si autoidentificavano con il nuovo dogma del credo nietszscheano, mal capito vuoi per limite o vuoi per pigrizia e accettazione di un nuovo dogma. La maturità fu superata con la scoperta delle filosofie e culture orientali. Il viaggio ad Oriente fu per molti giovani già vecchi preso nel senso pratico del termine e non in senso figurato. Così iniziava un periodo che doveva necessariamente sfociare in stesure di alta qualità, dall’arte alla letteratura, fino alla messa in pratica delle scoperte ginniche provenienti dall’India e delle arti marziali dall’Estremo Oriente. Dal dadaismo alla psicanalisi junghiana, passando dal grandissimo romanziere Hermann Hesse, il “viaggio ad Oriente” fu ormai una necessità per molti al fine di occultare le gravi lacune del mondo moderno e la noia che da esso scaturiva. Questo mi porta a voler presentare, o forse ripresentare, due pezzi da novanta della nostra vecchia Europa a volte un po’ oscurata dagli esotismi. Il parallelismo che desidero fare è tra Mihai Eminescu, padre della letteratura rumena moderna, e Lucian Blaga, filosofo e poeta rumeno degli anni 1930. Quest’ultimo necessita di una rapida presentazione, mentre sul primo preferisco lasciare al lettore l’onere della ricerca personale, essendo, almeno per una certa weltliteratur, un autore che non abbisogna di carte da visita.

“A seguito della spartizione avvenuta con il Trattato di Trianon (1920), la Transilvania integra la Patria rumena che diventa così una nuova forza regionale più o meno omogenea sul piano linguistico, per niente sul piano culturale.”

Lucian Blaga, nasce nel 1895 a Cluj Napoca, capitale di una Transilvania non ancora rumena ma parte del Regno d’Ungheria e quindi dell’Impero asburgico. Nel contesto austroungarico, Cluj è già un centro intellettuale di grande rilievo e le facoltà di teologia e di filosofia sono tra le migliori dell’Impero. A seguito della spartizione del Trattato di Trianon (1920), la Transilvania integra la Patria rumena che diventa così una nuova forza regionale più o meno omogenea sul piano linguistico, per niente sul piano culturale. Negli anni ’20/’30, la nascita del Movimento Legionario rumeno, conosciuto anche con il nome Legione dell’Arcangelo Michele, rappresenta una svolta epocale nel contesto europeo e mondiale. Questa svolta non è da ritrovare nell’originalità di tale movimento politico/religioso, tantomeno nella figura autentica del suo fondatore, Corneliu Zelea Codreanu, quanto nell’ascesa, o forse ascesi, di alcune tipologie individuali di filosofi e ricercatori di stampo accademico e pratico, che andranno finalmente a ingrossare le fila delle università rumene e più avanti, dopo il secondo conflitto mondiale, anche di quelle extra continentali. Inutile rammentare l’apporto rumeno, legato al movimento legionario, che andrà ad accrescere gli studi umanistici e tradizionali, con figure quali Mircea Eliade, Emil Cioran, Brâncuşi e via discorrendo…

Ebbene, Lucian Blaga è da annoverare tra le schiere oplitiche universitarie del favoloso mondo rumeno, tanto vicino a noi quanto noi siamo lontani anni luce dalla capacità cerebrale innata che ha sicuramente favorito molti di loro a ripercorrere gli attimi di eternità, chiamati anche ad invocare il sacro e qui mi riferisco ad un particolare appuntamento avvenuto tra Mircea Eliade e Julius Evola. Dicevo, Blaga risulta essere importante per un motivo fondamentale: quello di essere stato in grado, e non è da poco, di unire in una “scienza” le diverse sfaccettature sino ad ora investigate dalla maggior parte dei tradizionalisti dell’epoca. Questa ştintă abilita la congiunzione tra metafisica, abitualmente discorso soggettivo che si vuole fuori o oltre ogni complesso speculativo, alla mistica, ricerca del tutto personale e soggettiva anche essa che però affronta il tema del sentire, in modo del tutto passivo, di un fenomeno religioso qualsiasi. I due grandi assi di Blaga sono corroborati da una estrema conoscenza in esoterismo, in geografia, in geomanzia e in tutto quel apparato fiabesco e musicale rumeno, notoriamente dimenticati dagli studiosi accademici, se non unicamente nelle forme etnografiche. L’insieme di conoscenze di Blaga, non si limitano all’erudizione e inaugurano una filosofia non speculativa che il Movimento Legionario farà sua. Forte della tradizione rumena, già rintracciabile secondo Eliade nelle sue origini daco/getiche e traciche, Lucian Blaga va a creare addirittura una storiografia rumena che si dirama da un lato in geopolitica, con forti accenti geomantici, del resto come Karl Haushofer, e dall’altro lato in un credo esoterico iniziatico che si innesta nel pensiero cristiano del suddetto movimento. Invece, è del tutto non casuale l’accostamento che faccio con il pensiero di Eminescu. Quest’ultimo passa alla Storia grazie alla sua opera poetica Luceafărul. Il poeta rumeno non si limita al solo stile e alle bélles-lettres, anzi trasuda un corteggiamento con i salotti esoterici della Bucarest e della Parigi di fine ottocento, questa stessa intrisa di spiritismo e spiritualismo. Luceafărul, è un’entità che Zoe Dumitrescu-Buşulenga e Gisele Vanhese hanno illustrato in opere dove è chiaro l’accostamento tra un Lucifero del tutto soggettivato come dal canone cristiano romano e oggettivato in senso pagano.

“Il poema presenta un’entità indefinita nel genere, così da far pensare a Vanhese in un parallelismo con la figura dello Zburător o la Zmeu, creature popolari rumene apparentate alle nostre fate da un lato e ai djinn islamici dall’altro. “

Vi è tuttavia una terza via, altrimenti non ci divertiremmo, che è quella per l’appunto appuntata da Eminescu e riscoperta da Blaga. Il “portatore di luce”, o “Stella di Venere”, o “Stella del mattino”, viene comunemente approssimato in “raggio verde” per alcune confraternite musulmane soprattutto presenti nei Balcani e in particolare in Vallachia, quando la Sublime Porta ordinava ancora quelle regioni mentre Vlad Ţepeş abbelliva i boschi con addobbi non del tutto ortodossi! Dicevo, il Lucifero rumeno viene identificato da Eminescu con “Occhi negri şi intunecoşi”, “con occhi neri e imbevuti di tenebre”, o ancora “în par negru stele poartă”, “sui capelli neri pieni di stelle” e ancora “Ori se face nor de ploaie”, “l’inceder suo al pari di un temporale”. Il poema presenta un’entità indefinita nel genere, così da far pensare a Vanhese in un parallelismo con la figura dello Zburător o la zmeu, creature popolari rumene apparentate alle nostre fate da un lato e ai djinn islamici dall’altro.  Tuttavia, è proprio Buşulenga che parla del Luceafărul come di un înger şi Demon al contempo, ovvero di un angelo e demone allo stesso tempo, capace di essere incubo e di essere portatore di consapevolezze e di doni di veggenza. Interessante è anche la moda ottocentesca tipicamente romantica di accostare alla genialità maschile una possessione demonica tipicamente femminile, come ce lo rammenta sia Eminescu in filigrana, che la Vanhese quando cita il caso dell’”Angelo donna”, motivo di ripetizione letteraria nel romanticismo cosiddetto “nero”. I casi di possessione in Romania non sono da prendere alla leggera e i casi di vampirismo sono stati presi molto sul serio, a tal punto da far pensare al mondo contadino che l’assenza di pioggia o l’esagerazione di quest’ultima fosse opera per l’appunto dello Zburător, o in alcune parti del Luceafărul. Così i villaggi rumeni sono invasi ogni anno, verosimilmente a inizio primavera, da sciami di Căluşari, uomini in costume, guidati da una “Regina delle Fate”, che con particolari danze estatiche e apotropaiche, vengono a riportare ordine e serenità nelle campagne molestate dalla forza “malvagia” di questo Dio/Dea oscuro. In verità, in tutto il mondo agreste indoeuropeo ritroviamo questa lotta fisica e celeste tra forze della luce e forze dell’oscurità. Nelle nostre campagne più settentrionali ricordiamo i Benandanti e Malandanti, o la presenza del culto di San Giorgio/Peruz nell’ex Jugoslavia.

Tornando alla Vanhese, nei suoi studi non è mancata l’analisi junghiana di tutta l’opera di Eminescu. Possiamo, anzi dobbiamo, vedere in Luceafărul, la sintesi della coincidentia oppositorum, cara a Jung e agli alchimisti in generale. Sappiamo per certo che le forze binarie, i dualismi, fossero presenti da sempre nei culti e nelle iniziazioni di molti popoli eurasiatici, così i rumeni hanno conservato un bel assaggio dell’antico dualismo non ontologico, che si può riassumere nelle coppie Shiva/Shakti, o in Apollo/Dionisio o ancora in Apollo/Apollon. Appare evidente come fossero connesse, in ambito tradizionale, le forze opposte della propria indole e le forze opposte presenti nel macrocosmo. Così per Lucian Blaga, la sua “scienza” testimonia di una lotta cosmica presente nell’uomo agreste e nel legionario rumeno. Evidentemente spezzato in due a causa dell’anelito dell’infinito, o meglio dell’Assoluto, il rumeno decifra il suo paesaggio in mioritico, come la mioriţa, danza rumena antichissima che riassume in sé questa lotta “stagionale” e agro-pastorale, tra femminile e maschile, e tra chiaro e oscuro, o tra pioggia e secco, o come direbbe Blaga tra valle e collina. Coadiuvante di fatto della forma, la mioriţa crea la sinuosità necessaria per vedere il colle che, privato della sua vallata, sarebbe una piana infinita come le steppe. La danza tra gli opposti è quindi una specialità rumena, sempre per il nostro filosofo.

“La pratica del Pensiero magico approfondisce così quella alta percentuale di non-illusione che tuttavia rimane quasi un volo pindarico per la maggior parte degli “scienziati”…”

Nel suo compendio Trilogia della conoscenza e in particolare nel libro L’Eone dogmatico, Blaga parla dell’impossibilità dell’uomo a figurarsi l’assoluto, che chiama Grande Anonimo, perché in continua ascesi e discesa come un paesaggio rumeno, dove il traguardo è infinitamente più illusorio rispetto a quello delle steppe. Questo motivo ci fa pensare al calcolo infinitesimale e all’impossibilità di attingere pienamente a Dio in quanto Egli decide di farsi avvicinare ed Egli decide di ricoprirsi di un velo che rappresenteremo come censura dell’Assoluto. Dio sarebbe un censore per Blaga, e la speranza, se ve n’è una, riposa nella conoscenza luciferina, unica a poter sollevare un attimo la gonna del sacro per sbirciarne i tesori. Questa conoscenza luciferina, parte dal presupposto che l’assoluto cifra il mondo e il Pensiero magico lo possa decifrare momentaneamente, attraverso anche particolari pratiche estatiche quali solo l’onnipresente ed eurasiatico sciamanesimo può fare. Mentre la conoscenza luciferina è mioritica, la conoscenza celeste è piatta e limitata per l’appunto al solo cielo, che è tuttavia posseduto da un manto di illusione concretamente visibile e creato dall’Eone dogmatico, sintesi di un Demiurgo impuro che governa il mondo delle illusioni. La pratica del Pensiero magico approfondisce così quella alta percentuale di non-illusione che tuttavia rimane quasi un volo pindarico per la maggior parte degli “scienziati”, obbligati poi ad accettare il dogma, qualsiasi esso sia, invero il limite imposto dal Demiurgo e da se stessi. Il motivo ripetitivo della mioriţa, induce a pensare che il ritmo, basato su salite e repentine discese, sia all’origine del pensiero popolare rumeno, tipicamente mistico perché ortodosso, che dice “Guarda il volto di Dio e non ti dimenticare di guardare anche quello del Diavolo”. Di fatto, la filosofia di Blaga si inserisce nel grande classico rumeno o comunque balcanico, di una mistica e di una metafisica tipicamente di matrice iranica, dove il dualismo non-ontologico rappresenta a più livelli un movimento sinusoidale e al contempo un moto armonico di forze in continuo divenire e in continuo ritorno, fissate dalla volontà umana attraverso il gioco dell’azione sul mondo, o meglio sull’Io trascendentale. Il tempo, o meglio l’Eone, ripeto, di estrapolazione iranica, è la clessidra che imprigiona l’uomo nel divenire, mentre la luce necessariamente dovrà tornare a risplendere alla fine del grande gioco creato dal Grande Anonimo.

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