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L’Eurasia ha bisogno di figli. I/III

14 Novembre 2020

di Adolfo Durazzini

Il problema legato alle origini si pone in buona sostanza quasi esclusivamente quando esse sono state messe in discussione dalle prime disamine moderniste, cartesiane, scientiste… Queste “scienze” non ammettevano un’origine celeste ma esclusivamente terrestre, e questa considerata disgiunta da qualsiasi forma di spirito che dona ad essa quella totalità di cui parla già Nietzsche, e va confermando Rudolf Otto quando parla di “sacro” come spazio immaginifico atto a sospendere il tempo e a essere un “totalmente altro”.

“Siate fedeli alla terra!”, in questa affermazione non credo vi sia un riferimento alla terra come origine, ma alla terra d’origine come spazio in cui si evolve un individuo e dove esso lascia memoria e questa lo vivifica, dando luogo a quello che Heidegger proclamava come Essere, o meglio, Essere il qui, incarnare un posizione, una postazione, sia essa ideale, quindi spirituale, o sia essa fisica, plasmandone in un dolce incontro con Gaia, spazio corale nel quale il luogo appare tutt’altro dal Non luogo di augéana memoria.

“Charles de Gaulle, in una francesissima ricerca delle origini, creazione di un mito nazionale, come Clemenceau, ebbe a dire che siamo europei in quanto di razza caucasica, di fede cristiana e di pensiero greco!”

Tuttavia, in questo breve articolo, non vorrei soffermarmi su queste tematiche, ma proseguire nei confronti del concetto di una presunta “origine”. A che serve l’origine? Perché cerchiamo le nostre origini? La tenzone si fa simile al gioco dell’oca, o all’Odissea stessa, lirica che ha dell’iniziatico più di tanti altri “romanzi”. Ulisse di Omero, Ulisse di Joyce, simili e diseguali al contempo, ma uniti dallo stesso anelito di ritorno, di ritornare alle origini perse. Noi, romani, diciamo così per celia, siamo avvezzi alla ricerca di origini e legittimità. Abbiamo avuto storici come Tito Livio e Virgilio, i quali hanno tramandato anche una tecnica che se presa sul serio diventa sofisticazione della realtà, e penso che molti storici sarebbero d’accordo sul fatto che il lavoro dello storico sia rammentare dei fatti avvenuti, tutt’altro è inventarsi retaggi o creare situazioni che, seppur belle, possono avere della leggenda e quindi altra utilità rispetto a quella descrittiva e che inoltre non risponde ai nostri quesiti.

Charles de Gaulle, in una francesissima ricerca delle origini, creazione di un mito nazionale, come Clemenceau, ebbe a dire che siamo europei in quanto di razza caucasica, di fede cristiana e di pensiero greco!

Ed è proprio su quest’ultimo termine che si svolgerà la questione a riguardo delle origini.

Sul fatto che gli europei siano caucasici, non mi dilungo, lascio all’antropologia, all’etnologia, il compito di tranciare; sulle radici cristiane dell’Europa, forse sarei più in grado di rispondere, ma la tematica merita un’analisi ulteriore che non posso fare adesso, posso dire solo che sicuramente si tratta di una comodità, una semplificazione che a me non risulta veritiera, quella di affermare che una fede in particolare ha unito e formato una millenaria storia come quella europea. Mentre dissento totalmente sulla narrazione delle origini del pensiero europeo fornita dalla lettura tedesca della storia!

Cos’è la Grecia? Chi sono i greci? I greci non esistono, come non esistono gli italiani a livello oggettivo. Cos’è la Grecia se non un territorio con una particolare formazione orogenetica che permette alcuni ricordi, alcuni pensieri, alcune vedute che si sono materializzate in pensiero, in scrittura, in opere. La Grecia è ben figlia di qualcun altro? Penso. Mi ricordo di aver partecipato ad un Kulturkampf universitario a Parigi, quando preso tra gli iranisti e i filo-elleninistici, dovetti discostarmi per evitare di prendere botte avestiche e tomi di Tucidide in faccia!

 Il problema scaturisce proprio in questa linea di rottura tra Occidente e Oriente. Questi termini ridicoli, perché sprovvisti di una valida definizione univoca, soprattutto ai giorni nostri, mi fanno subito pensare alle Termopili e all’orrendo film 300! Ma rispondiamo alla domanda: chi sono i greci? I greci non esistono dicevo, gli elleni, così si autoproclamavano le genti dell’Attica ab origine, erano accomunati da modi di fare e di pensare, da lingua sensibilmente uguale, e dai modi di vestire, di mangiare, di cantare e invocare gli dèi. Tutto qui, al momento! Noi sappiamo ben poco sui greci, sappiamo che ciò che noi “adoriamo” di loro, è dorico, ovvero frutto della discesa di una popolazione indoeuropea, probabilmente proveniente dall’odierna Ucraina. Essi, i dori, secondo la nostra immaginazione derivante dal neoclassicismo, erano biondi, alti, belli e dediti alla corporeità e all’azione, essi manifestavano e poi spiritualizzavano, insomma tutto il contrario degli orientali, sempre secondo una lettura ottocentesca. Quest’ultima, ricordiamo, è anche quella che presumeva che le città greche classiche, erano linde e candide, per poi scoprire, che invece erano dipinte e colorate e la gaiezza dionisiaca e apollinea regnava in un ricordo di quella “vera” origine dei popoli elleni, composti da micenei, dori, e un bel sostrato ignoto nelle origini, di minoici e popolazioni pelasgiche. Queste avranno poi il sopravvento quando la rudezza stilizzata dei dori, si affievolirà e comincerà a filosofeggiare.

Siamo sicuri che Platone fosse greco, nel senso, dorico? In ogni caso, la filosofia non ha paternità greca, se si parla di conoscenza, di sophia, ma ha radici più lontane, e Platone stesso lo rammentava. Mentre una certa filosofia, nata in Grecia e sviluppatasi tardivamente nell’Impero Romano con l’avvento soprattutto di due imperatori “filosofi” quali Adriano e Marco Aurelio, quella, invece, ha sicuramente dello speculativo, o meglio, non risponde ad una “verità” uranica, ad un concetto di unità, ma ad una pronta necessità di sopravvivenza nella contingenza. Gli stoici diventano così propugnatori di una filosofia pratica che prenderà piede soprattutto in Oriente, presso i johanniti da una parte, ma anche contaminando, nel grande calderone babilonese post-ellenistico, le forme più svariate di sette e manicheismi vari. A questo riguardo è interessante valutare il lavoro di Piras sul manicheismo e i lavori sui sabei come popolazione chiave per comprendere i fenomeni post-ellenistici e quindi bizantini, nonché islamici.

Per tornare a noi, è innegabile che la grecità fu la base di un pensiero occidentale, ma occorre capire di quale grecità si tratti per poterci confrontare seriamente con una definizione di che cosa sia l’Occidente. Vi sono tante grecità, e vi sono grecità di oltremare, chiamiamole così: il Ponto, a diretto contatto con popolazioni scitiche e iraniche, quindi zoroastriane; una grecità pelasgica, pronta all’uso e definitivamente legata ai porti mediterranei e ad una religiosità più egizia, atlantidea diremmo, base solida per il futuro culto mariano e non necessariamente legato al Cristianesimo nascituro, il quale si è ben tenuto lontano, per una lettura generale, da qualsivoglia “contaminazione” femminile e da qualsiasi ecumene. C’è poi una grecità totalmente mal capita, quella dei romantici, dei neoclassici, e qui è il problema di fondo che ci trasciniamo fino a Dumézil e ai giorni nostri.

Noi dobbiamo sapere se vogliamo studiare sul serio e conoscere, o inventare cose. Non mi dilungo sulle origini indoeuropee, e sulla critica a Dumézil, ma è sicuro che l’ottocento ha filtrato male la conoscenza che ci è stata trasmessa, anche dalle correnti ermetiche e alchemiche che un certo Occidente ha potuto conoscere. Attualmente, nessuno di noi è in grado di definire cosa fu la Grecia e chi furono i greci. Però, è facile intuirne un logos: il mare, l’abisso, le rocce frastagliate, i boschetti e gli ulivi, un profumo, capre e fichi, vigna qua e là, sì, tutte sensazioni che l’europeo ha poi trasposto ovunque, come ricordo fugace di un’origine alla quale aneliamo: l’Arcadia! Thule? Forse.

Balgangadhar Tilak parlava di origini artiche della genìa indoeuropea, Hermann Wirth di origine iperborea, questa popolazione, che i greci veneravano come eternamente beati da Apollo, non conosceva il tempo! Ovvio che non conoscessero il tempo, questo fu creato appositamente dagli iranici, anzi, dai persiani. Quindi la prima contrapposizione si fa sul tempo. In verità, il mondo greco si scontra con quello iranico a meridione, ma si scambia a nord, e questo è di fondamentale importanza per capire poi il pensiero islamico che sarà federatore, unificatore in nome di Platone, e di Allah, di una vasta koinè che ha perso le origini, man a mano che il tempo cresceva.

Noi abbiamo a disposizione un calderone eurasiatico che sono le steppe, da lì prolificavano popolazioni e modi di essere che si sono manifestati in un rimland eurasiatico: India, Mediterraneo, Medio-Oriente. A seconda della territorialità, queste onde eurasiatiche hanno creato pensieri filosofici per molti aspetti fuorvianti, necessitando il più delle volte di rettifiche, correzioni, profezie: Zarathustra, Buddha, Christos, Manes. Ma di tutti questi, il pensiero di Zarathustra risulta essere quello più efficace per capire da dove veniamo e qual sia la posta in gioco. In un vasto territorio che va dalla Battriana al monte Zagreo (da dove veniva Dioniso), si sono formati in gestazione pensieri direttamente collegati all’uranico, messaggeri di qualcosa di totalmente altro. Ed è proprio in quella zona del mondo che lo studio dell’Islam viene capito in modo eccelso, lasciando correre le peculiarità, le discriminanti. Se è vero che l’evoluzione, intesa come progresso tecnico non ci interessa, è tuttavia vero che una forma religiosa che ha compreso il passato, il Primordiale, ha maggior capacità di riconciliare gli opposti e evolvere una persona verso una via consona a comprendere i fenomeni venturi e l’origine di una presunta umanità. Vedremo nella seconda parte, come il pensiero islamico abbia influenzato quello occidentale, e non solo attraverso la matematica o l’astrolabio. La conoscenza dell’Islam, sarà dunque fondamentale per capire anche i lavori su un nuovo Soggetto, scaturito anche dai lavori di Julius Evola, ne Il Cammino del cinabro e Cavalcare la tigre

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