Attualità Cultura

Anniversari su cui riflettere offerti dalla penna sempre preziosa di Franco Cardini.

7 Gennaio 2022

dal sito di Franco Cardini minima-cardiniana riprendiamo queste importanti riflessioni sulle morti volute e ragionate di chi ha rappresentato un ostacolo all’affermazione dello strapotere statunitense.

Tra la settimana testé trascorsa e la prossima, possiamo celebrarne quanto meno due: entrambi ferali. A oltre un secolo di distanza l’uno dall’altro, eppure direttamente o indirettamente emanati da uno stesso potere centrale, da un governo che ha agito tra 1890 e 2020 senza soluzione di continuità. C’è un nesso tra i due crimini, dal momento che di crimini si trattò? C’è del metodo nella follia che li ispirò, ammesso che di follia – e non, al contrario, di malvagissima razionalità – si sia trattato?

29 DICEMBRE 1890, WOUNDED KNEE
In quel giorno il glorioso esercito degli Stati Uniti sterminò 300 native Americans disarmati (tra cui 200 donne e bambini); il massacro ha ispirato la canzone Fiume Sand Creek di Fabrizio de André.
“Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne ed i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone a zig-zag, chiaramente come li vidi coi miei occhi da giovane. E posso vedere che con loro morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. Morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno… il cerchio della nazione è rotto ed i suoi frammenti sono sparsi. Il cerchio non ha più centro, e l’Albero sacro è morto”.
Alce Nero (Hehaka Sapa)

3 GENNAIO 2020, BAGHDAD
Il 3 gennaio di due anni or sono un anello importante si aggiunse alla catena del più turpe terrorismo internazionale: un anello forgiato nei penetrali nei quali si annida il centro esecutivo dell’anonima Lobby dei Padroni del Mondo.
In quel giorno cadeva nell’aeroporto di Baghdad, colpito da un drone e per volontà dell’allora presidente USA Donald Trump, il maggior generale Qasem Soleimani, noto con l’epiteto guerriero di Commander Shadow. Nato da una famiglia contadina a Qanat e-Malek (piccolo insediamento montuoso della regione di Kerman in Iran) l’11 marzo 1957, cominciò giovanissimo a lavorare come operaio nel ramo dell’industria idrica prima di entrare, nel 1979, ventiduenne, nell’esercito del suo paese e al servizio della Rivoluzione Islamica. Dopo varie esperienze in Azerbaigian e quindi nella “guerra dimenticata” irano-irakena del 1980-88, durante la quale ebbe modo di distinguersi e venne gravemente ferito, fu promosso nel 1988 – poco più che trentenne – a capo della XIV divisione Thar Allah dei Guardiani della Rivoluzione (i Pasdaran) e si distinse nelle regioni orientali del paese (Sistan e Baluchistan), sia nella lotta contro le fazioni armate sunnite colà molto forti, sia nella dura repressione del narcotraffico. Dal 1998 era con il grado di “maggior generale” (generale di divisione) a capo del Niru-ye Qods (“Forza Santa”, in lingua parsi) dei Pasdaran; titolare d’incarichi di responsabilità nell’àmbito della diffusione delle principali idee-forza che animano la rivoluzione islamica sciito-iraniana, come tale aveva attirato in più casi l’attenzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, vale a dire dell’organismo concepito per far in modo che nessuna risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite venga assunta senza la concorde approvazione dei rappresentanti in tale sede delle cinque grandi potenze mondiali (USA, Russia, Regno Unito, Francia, Cina).
Nel 1999 Soleimani fu uno degli alti ufficiali delle forze armate più attive nel premere nei confronti dell’allora presidente Khatami affinché i frutti della rivoluzione islamica non venissero danneggiati dall’azione di forze dirette e finanziate da paesi stranieri avversari; frattanto s’impegnava nel rafforzare l’azione dei guerriglieri afghani dell’Alleanza del Nord contro la pressione talibana facendo perno soprattutto sulla regione del Tagikistan, abitata da genti di etnia persiana (l’impegno antitalibano del governo e delle forze armate iraniani è stato costantemente ignorato dai media “democratici” occidentali che oggi lamentano che l’Afghanistan sia finito in buona parte sotto controllo talibano). Nel 2006 fu in Libano, dove sostenne l’impegno degli Hezbollah e delle forze cristiane teso a contrastare le ingerenze militari e politiche israeliane. Fu soprattutto per il suo ruolo in Libano ch’egli venne esplicitamente menzionato quale corresponsabile del programma nucleare iraniano che la risoluzione 1747 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite interpretò unilateralmente, nel 2007, come volto alla ripresa di un mai comprovato processo di riarmo appunto nucleare (laddove l’Iran, firmatario del patto di non proliferazione, si limita a rivendicare il suo diritto allo sviluppo del programma di utilizzo civile dell’energia nucleare ed è disponibile limitatamente a ciò a qualunque ispezione internazionale). In tale contesto va letto anche lo scontro fra Soleimani e il generale statunitense Petraeus, prima che quest’ultimo uscisse di scena coinvolto in una banale faccenda personale di malcostume.
Nel 2011 Soleimani fu uno degli alti ufficiali responsabili dell’appoggio iraniano fornito alle forze lealiste siriane di Bashar al-Assad (l’Unione Europea, ligia come sempre alle direttive statunitensi e succube dei governi francese e britannico, ideatori del colpo di mano che avrebbe dovuto – ma non seppe farlo – rovesciare Assad, lo additò allora ufficialmente come uno dei responsabili del fatto che il regime di Damasco non fosse caduto); dal 2014 si distinse nella lotta contro i fondamentalisti sunniti del DAESH del “califfo” al-Baghdadi, contribuendo in maniera risolutiva – insieme con i siriani dell’armata lealista, l’esercito irakeno, i peshmerga curdi e con il risolutivo appoggio esterno russo – alla sconfitta di quel tentativo di destabilizzazione di tutto il Vicino e Medio Oriente mandanti del quale, come oggi risulta chiaro anche se i nostri media hanno fatto di tutto per farcelo dimenticare, erano i governi statunitense e arabo-saudita (ma da noi ha prevalso la vulgata di una non meglio identificata “vittoria dell’Occidente democratico”). In seguito alla sconfitta del “califfo” l’influenza iraniana sul vicino Iraq (non bisogna peraltro dimenticare che il 60% degli irakeni è musulmano di confessione sciita) si rafforzò in modo definitivo: e Soleimani divenne la punta di diamante politica, militare e morale della nuova situazione. La sua immagine carismatica da allora si diffuse in tutto il Vicino Oriente: ma egli non tradì mai la sua indole riservata e mai venne meno al suo inappuntabile stile militare.
L’assassinio di Soleimani maturò negli ambienti di governo statunitensi come risposta all’attacco di milizie sciite alla base aerea K-1 di Kirkuk il 27 dicembre 2019 e a quello all’ambasciata statunitense a Baghdad del 31 dicembre dello stesso anno, segno del fatto che dopo la vittoria contro i miliziani del DAESH si voleva impedire da parte occidentale un radicarsi politico del successo dell’Iran e un deciso passaggio dell’Iraq nella sfera di Teheran. Tale la posta in gioco: tale il movente dell’attentato, da classificarsi come un assassinio politico. Nella “rappresaglia” statunitense – forsennata risposta terroristica a una sconfitta non solo militare, ma anche politica – cadde anche il capo delle Forze di Mobilitazione Popolare sciite irachene Abu Mahdi al-Muhandis, il quale si trovava su un’altra automobile. L’operazione era stata ordinata dal presidente statunitense Donald Trump. L’indomani, 4 gennaio, in un ulteriore attacco mirato compiuto nella zona di Taji a nord di Baghdad, fu ucciso il capo delle brigate Katai’b Hezbollah (gruppo paramilitare sciita irakeno filoiraniano) e alcune personalità politiche. Le esequie ufficiali di Qasem Soleimani furono celebrate il 6 gennaio 2020 a Teheran in presenza di migliaia di cittadini commossi. Il generale fu sepolto nei giorni successivi nella sua Kerman.
L’assassinio di Soleimani provocò una protesta ufficiale da parte del governo irakeno, che in essa individuò gli estremi del crimine di “violazione alla sovranità dell’Iraq” (l’ennesima, peraltro).
Ecco come, sul giornale cattolico Avvenire, una famosa firma pubblicistica cristiano-libanese commentava a caldo – e con parole non prive di una sincera commozione, che gli fanno onore – la morte del valoroso combattente iraniano:

CHI ERA SOLEIMANI. IL SOLDATO-STRATEGA CHE SCHIACCIÒ LA MINACCIA DEL DAESH
Due giorni dopo l’assalto all’ambasciata statunitense in Iraq, Trump ordinò di eliminare Qassem Soleimani, capo delle milizie al-Quds di Teheran: ecco chi era
“Sono nato soldato e morirò da soldato”. Questa promessa l’aveva fatta Qasem Soleimani all’ayatollah Ali Khamenei in una lettera diventata di dominio pubblico. Promessa che il generale aveva sempre mantenuto, ignorando l’invito dei suoi simpatizzanti a candidarsi alla presidenza dell’Iran, come avevano fatto diversi altri capi pasdaran. Come comandante della famigerata Brigata Gerusalemme (la Forza Quds), la divisione speciale che si occupa delle operazioni extraterritoriali dei pasdaran, Soleimani non cercava altra notorietà. La sua nomina, decisa dall’ayatollah Khamenei, aveva dato a questo uomo proveniente da una famiglia di poveri contadini eccellenti possibilità di arrivare molto in alto. E Soleimani le ha sfruttate tutte per diventare, nel giro di pochissimi anni, una figura seconda solo alla Guida suprema, tanto che era risultato in un sondaggio del 2018 molto più popolare tra gli iraniani dello stesso presidente Rohani, mentre il quotidiano Times lo aveva collocato tra gli astri nascenti del 2020. In verità, l’ascesa del generale risale a molto prima, più precisamente al 2014, quando aveva promesso in una diretta televisiva di sconfiggere il Daesh in tre anni, allorché il gruppo jihadista sembrava invincibile dopo la proclamazione del Califfato.
Nello stesso anno la rivista americana Newsweek gli dedicava una copertina che lo raffigurava con la sua solita espressione sobria, incorniciata dalla divisa verde e la barba grigia. “Prima combatteva contro l’America, ora sta schiacciando il Daesh”, il titolo altisonante. Soleimani era giunto qualche mese prima in Iraq per assistere le milizie sciite locali nell’offensiva contro i jihadisti in base a una precisa strategia. “Dobbiamo – spiegherà in un’intervista – mettere in quarantena le nostre frontiere per aiutare i nostri vicini ed evitare che questo cancro (il Daesh, ndr) si diffonda nel nostro Paese”. Nel corso di queste imprese militari, era diventato il proconsole di Teheran in una vasta area che si estende dall’Iraq al Mediterraneo, senza considerare il suo presunto ruolo in Afghanistan e Yemen. Dal ritratto tracciato da Marco Carnelos, già ambasciatore italiano in Iraq, emerge un Soleimani “campione di strategia”, “scoperto” un po’ tardi dagli americani. Carnelos rivela che solo nel 2008, ossia un decennio dopo la nomina di Soleimani a capo della Brigata al-Quds, il generale David Petraeus, all’epoca comandante statunitense in Iraq, ha confidato a Silvio Berlusconi di essersi reso conto “solo di recente dell’importanza di Soleimani nelle dinamiche del Medio Oriente”. “Non sorprende quindi – commenta Carnelos – che Soleimani sia stato in grado di muovere liberamente le sue pedine nella regione, sconfiggendo i suoi nemici”.
Circa l’interesse americano al personaggio, Carnelos contesta la narrazione ufficiale. Il diplomatico italiano afferma, infatti, che furono gli americani a cercare di stabilire una relazione con gli iraniani. “Per oltre due anni a Baghdad, i funzionari statunitensi mi hanno chiesto più volte di trasmettere messaggi alle milizie sciite, e soprattutto di promuovere un dialogo diretto con le loro controparti iraniane. Ciò è stato sistematicamente respinto da due diversi ambasciatori iraniani con cui ho avuto a che fare, entrambi considerati membri dei pasdaran, e quindi agli ordini di Soleimani”. Puro stratagemma oppure volontà sincera di dialogo? Non lo sapremo mai. Soleimani sapeva di essere nel mirino degli Stati Uniti e di Israele. Eppure, non stava, come al-Baghdadi, nascosto in un tunnel.
Lo si vedeva spesso sui diversi fronti siriani e iracheni insieme ai soldati, con gli stivali sporchi di fango, oppure seduto per terra a bere tè, a mangiare, a pregare. Era nello stesso tempo inafferrabile, compariva e scompariva. “È spesso a Baghdad e nel nord dell’Iraq”, aveva detto di lui un leader sciita iracheno. “Il governo lo sa benissimo. È intelligente. È anche un uomo appassionato di guerra. Sa di essere bravo in essa”. Venerdì Khamenei ha nominato il successore. Si tratta del generale di brigata Esmail Qaani, “uno dei comandanti più decorati” nella guerra contro l’Iraq, combattuta negli anni Ottanta. Toccherà ora a lui mostrare la sua bravura.
(Camille Eid, Avvenire, 3 gennaio 2020)

Ed ecco in che modo gli fa eco, due anni dopo, una testata internazionale:

SOLEIMANI UCCISO PERCHÉ HA ROTTO L’EGEMONIA USA IN MEDIO ORIENTE
In un rapporto pubblicato in occasione del secondo anniversario del martirio del generale Qasem Soleimani, comandante della Forza Quds del Corpo della Guardia rivoluzionaria islamica iraniana (IRGC), e di Abu Mahdi al-Muhandis, vicecomandante delle forze popolari di Iraq (Al-Hashad Al-Shabi, in arabo), in un’operazione terroristica perpetrata dagli USA in Iraq, il portale web Middle East Monitor ha esaminato le ragioni dell’assassinio dell’alto comandante iraniano da parte di Washington.
Il portale ha sostenuto che queste ragioni sono legate al ruolo di Soleimani nelle vittorie contro gli Stati Uniti nella regione dell’Asia occidentale e alla perdita della sua posizione di unico competitor che, come conseguenza, ha messo in luce il ruolo di Russia, Cina e Iran nella lotta al terrorismo.
Ricordando la vendita di armi da parte degli Stati Uniti a gruppi terroristici e ad alcuni stati arabi nella regione dell’Asia occidentale, si sottolinea che le azioni strategiche del generale Soleimani hanno contribuito a interrompere il flusso di armi statunitensi e israeliane verso l’ISIS-Daesh e altri gruppi terroristici operanti sul territorio.
“Con le successive sconfitte dei terroristi Daesh in Siria e Iraq [dalle operazioni] guidate da Soleimani e Al-Muhandis e il conseguente crollo del commercio di armi, gli Stati Uniti hanno deciso di assassinare il generale che era un simbolo della resistenza contro questi armati gruppi”, spiega nel suo editoriale Middle East Monitor.
Inoltre, si evidenzia che gli omicidi di Soleimani e Al-Muhandis sono stati una chiara violazione della sovranità irachena, un atto esplicito di terrorismo di stato e una violazione del diritto e delle convenzioni internazionali.
Il portale, tra l’altro, sottolinea che è stato un altro inutile tentativo di Washington e dei suoi alleati di frenare l’asse della Resistenza che include Iran, Siria, il Movimento di resistenza islamica del Libano (Hezbollah), il Movimento di resistenza islamica palestinese (HAMAS), Jihad e il movimento popolare yemenita Ansarollah, tra gli altri.
Questo perché Soleimani ha svolto un ruolo chiave nel sostenere Hezbollah per espellere in modo umiliante le forze d’invasione israeliane dal Libano nel 2006.
Allo stesso modo, ha svolto un ruolo importante nella sconfitta di Daesh in Siria, nonché nella creazione, addestramento e attività del gruppo Al -Hashad Al-Shabi, responsabile dello smantellamento dei gruppi estremisti in Iraq e Siria.
L’analisi si conclude in questo modo: “Il martirio di Soleimani e Al-Muhandis ha mostrato al mondo che la rivoluzione è viva e sarà vittoriosa. Inoltre, i nemici della nazione iraniana furono umiliati dalla grandezza del generale assassinato, che divenne il martire di Al-Quds [Gerusalemme] come figura chiave nella vittoriosa strategia antiterrorismo di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita. e suoi alleati in Asia occidentale ed Eurasia”.
(l’AntiDiplomatico, 2 gennaio 2022)

Da noi, qualche imbecille ha esultato per la “morte di un terrorista”.
Chiunque senta come propria la causa della libertà e della dignità di tutti i popoli della terra non può invece che proclamare gloria eterna a Qasem Soleimani, invitto sul campo, ucciso dalla mano assassina degli eterni nemici del genere umano.

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