Attualità

Quando la medicina si scopre esperienza e non scienza certa.

8 Gennaio 2022

La sorte che ha legato indissolubilmente il virologo Galli all’ex primario De Donno, plasma iperimmune e monoclonali.

di Marina Simeone

La medicina è sempre stata il settore di conoscenze deputato al “risanare”, al “restituire” la salute ad un paziente, confidando nella osservazione e quindi nella esperienza e nel saldo legame del medico con l’etica che ne garantiva il fine. In alcuni momenti della nostra storia il medico era addirittura considerato anima più che umana e semi divina, capace di guarire e far “rivivere”. Ippocrate, uno dei primi medici che il mondo occidentale ci abbia orgogliosamente presentato ha scritto opere preziose nel V secolo a.C. in cui descriveva le malattie osservate come insieme ordinato di sintomi, ai quali rispondeva con una cura, che era l’applicazione di elementi terapeutici correlati ai sintomi.

La medicina quindi stava divenendo scienza non in senso astratto e assoluto, ma come disciplina che tra le prime ha applicato un metodo fatto di analisi e verifica, che sarebbe stato definito scientifico qualche tempo dopo.

Eppure l’episodio pandemico che sta scuotendo e stravolgendo il globo ci presenta una medicina come espressione di verità assolute e una scienza come deduzione sul piano teorico che non necessita di applicazione pratica, tantomeno di verifica, distante dall’etica e dipendente da un principio di “autorità” che dopo l’epoca medievale è stato archiviato negli affari scientifici.

Sulla base di queste veloci riflessioni vorrei parlarvi di un medico, eccellenza italiana, derubricato sui social da presunti giornalisti “spacciatore di cure che non funzionano”, il suo nome è noto oramai Giuseppe De Donno, all’estero più che in Italia, dove soprattutto in America medici competenti utilizzano la sua terapia con il plasma immune, grazie alla quale salvano vite umane. Giuseppe De Donno era un primario di pneumologia dell’ospedale mantovano “Carlo Poma”  dal 2018. E’ stato questo medico, osservatore attento della prima linea a sperimentare il plasma iperimmune come probabile terapia contro il Covid-19, sia presso l’ospedale mantovano che presso altri centri ospedalieri, con risultati subito esaltanti.

Il medico si è riferito alle semplici e basilari conoscenze immunologiche per frenare ricoveri e terapie intensive, che in quel momento preoccupavano non poco il nord Italia; terapie del resto già consolidate nella cura da epatite B come per tetano e Virus Ebola. Si trattava di una cura indolore e senza rischio che avrebbe usato un plasma immune, perché corredato di anticorpi neutralizzanti detti appunto iperimmuni; il paziente soprattutto anziano in tal modo poteva rispondere alla malattia sviluppando autonoma capacità di immunizzarsi. Una ricerca condotta sui pazienti ottantenni di una RSA di Mantova nel febbraio 2020 aveva infatti dimostrato che nonostante l’età avanzata, lo stato di salute non sempre ottimale, i decessi con la terapia al plasma iperimmune si abbassavano del 65%. Non è bastato. Il plasma non entrava nei protocolli e De Donno è stato infine sfiduciato dalla comunità scientifica. A Maggio l’AIFA autorizza uno studio nazionale “Tsunami” per valutare l’efficacia del plasma e ha posto come Principal Investigator l’azienda ospedaliero – universitaria di Pisa il “San Matteo”, che secondo De Donno non aveva l’esperienza per giudicare l’efficacia della nuova terapia. Aveva ragione anche su questo, perché i risultati dello studio bocciarono la terapia considerandola addirittura dannosa nei trenta giorni successivi all’uso. Ne sono derivati derisione, linciaggio mediatico e accanimento della comunità scientifica a dimostrare l’inefficacia terapeutica della cura. De Donno si dimise e poco tempo dopo esser tornato a svolgere il ruolo di medico di famiglia si è ucciso, impiccato nella sua casa. Neanche la sua morte è servita a far tacere le bocche infette di odio e certezza dei soliti tromboni della televisione, i professori del niente con il ditino puntato contro chi eccelle, brilla, dimostra di avere valore.

Mentre De Donno crollava e moriva il massimo riferimento della lotta al Covid, l’infettivologo Massimo Galli, nel luglio del 2021 in diretta televisiva su La7 sosteneva che “c’era solo qualche modesta evidenza che potesse funzionare” e che oltre ai vaccini non vi era alcuna terapia. Con maggior foga un altro eroe degli schermi Burioni ha orgogliosamente riferito alle Iene “avevo ragione io uno studio dimostra che la terapia iperimmune non è sicura.”

Il suo uso quindi si è attestato nella forma “compassionevole” in pazienti che affetti da malattie gravi o rare o che si trovino in pericolo di vita, quando, a giudizio del medico, non vi siano ulteriori valide alternative terapeutiche, o nel caso in cui il paziente non possa essere incluso in una sperimentazione clinica o, ai fini della continuità terapeutica, per pazienti già trattati con beneficio clinico nell’ambito di una sperimentazione clinica almeno di fase II conclusa“. Nonostante la premessa dell’AIFA rimane l’evidenza del numero di vite salvate dalla terapia De Donno.

Da questa intuizione per quanto criticata aspramente è derivata la scelta di usare anticorpi monoclonali per trattare pazienti gravi o che affetti da patologie immunodeficienti possono contrarre la malattia grave. Seguono il principio di De Donno tranne che sono anticorpi prodotti in laboratorio con tecniche di DNA ricombinante a partire da un unico tipo di cellula immunitaria.

Possono essere definiti come proteine omogenee ibride, ottenute da un singolo clone di linfocita ingegnerizzato. Sono molto sfruttati in ambito clinico, sia per scopi diagnostici che per scopi terapeutici.

Nel pieno della campagna vaccinale che ci avrebbe liberati dal Covid-19 dopo la terza dose si è infine ammalato anche Massimo Galli, con una carica virale piuttosto alta che lo ha indebolito fisicamente e a suo dire lo ha notevolmente sconcertato. Lo scudo del vaccino non è bastato né per lui né per i suoi sette invitati con cui ha condiviso una cena natalizia, causa del contagio, tenutasi in casa e con ospiti che avevano terminato l’iter previsto, quindi forniti di super green pass. Non è stato però salvato dal suo vaccino, Galli, ma da quella cura intuita da De Donno, perché per volontà dei suoi collaboratori, a suo dire, è stato curato con i monoclonali e subito guarito. Lui li ha usati, altri cittadini italiani non potranno farlo perché il nostro governo consigliato da medici come Galli li fa scadere o li manda in Romania.

E in questa vicenda chi ha ringraziato De Donno, chi ha pensato alla sua intuizione in un momento in cui la fretta, la paura tolgono ai più la lucidità?

Ci pensiamo noi e lo ringraziamo perché ha saputo rappresentare la buona medicina italiana, quella che è geniale, prudente, coraggiosa, sperimentata e mai scelta come fede, ma solo secondo l’etica del “risanare” dell'”accompagnare alla salute””.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.