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L’Eurasia ha bisogno di figli. II/III

17 Novembre 2020

di Adolfo Durazzini

Ashkevarî è stato indubbiamente uno dei maestri spirituali che, riconiando un’espressione pseudo-goethiana, amerei inserire in una weltphylosophie. Il suo pensiero, frutto della scuola greca, dell’ellenismo e dello zoroastrismo, non ha fatto scaturire un sincretismo, come invece poteva aver fatto al-Fârâbî, o anche Avicenna. Lo studio di Ashkevarî, si prefigge invece di armonizzare i dati scientifici a disposizione, mantenendo il pluralismo, le ipostasi, o mecche per usare un termine più islamico. La sua saggezza, o ḥikma, prende spunto dal grande calderone di una fonte primordiale, che trascende i particolarismi e illumina nelle profezie, le diversità, e questo è molto importante per capire e riconoscere tutto un apparato atto a salvaguardare l’eredità divina in terra, che a sua volta si è manifestata il più delle volte in contesti eurasiatici. In una particolare lettura islamica, la filosofia greca, è suddivisa in analitica, speculativa, e sapienziale. Quest’ultima rasenta la profezia in Platone, almeno, per il pensiero e lo studio di Ashkevarî e Sohrawardi.  

Ashkevarî pretende mostrare che la verità si manifesta universalmente nella storia umana, con geometria e geografia variabile. Ciò spiegherebbe, per quale motivo, profeti e sapienti, sensibilmente uguali nel loro messaggio, o grandi eventi storici, appaiono in annate vicine le une dall’altre. Per Ashkevarî, i portatori di luce, la fiamma viva della conoscenza, è primordiale, appartiene unicamente a Dio, e da quest’ultimo si manifesta con sensibilità diverse in diverse popolazioni. Le derive separatiste, divisorie, quindi diaboliche, risultano essere contrarie al monoteismo ontologico e pluralista, che Ashkevarî prende ad esempio come prisma platonico, nel piccolo, cioè nell’uomo, nella sua tensione all’unità, nella natura, e nel cielo. La cosa si fa interessante, quando da questi elementi desumiamo una costruzione spaziale intesa come impero, da quello interiore, a quello esteriore, dando luogo nella storia eurasiatica, a svariati tentativi non contradditori, di unificare un’area formante una koinè del tutto simile agli occhi di chi conosce l’unità e non vuole l’uniformità o omologazione. Ashkevarî, da grande sapiente, si spinge anche nel dominio delle scienze naturali, andando a studiare il pensiero e le pratiche di Galeno, considerato un saggio tra i saggi per Ashkevarî, vera e propria secolarizzazione di saggezza scaturita dalla teofania del vero. La medicina diventa, nel suo aspetto tradizionale, come in Cina del resto, una branca della ḥikma, dove la buona conoscenza del corpo umano e della psiche, ha pari dignità con lo studio della teologia e della metafisica.

Inoltre, Ashkevarî, analizza anche la storia umana, precedendo di un “poco”, il pensiero di Hegel, e contraddicendolo totalmente. Attraverso il prisma della filosofia o piuttosto della saggezza, la storia umana è divisa in un rapporto dialettico tra manifestazione e dissimulazione: a volte il vero dice il vero, a volte il falso dice il vero, occorre cogliere dei segni, dei simboli, che del resto il Corano stesso afferma come mandati direttamente da Dio. Questa forma di occultamento, o ghayba, fa da cassa di risonanza con la taqiyya, la storia è così intrisa di aspetti manifesti ai più, e occultati.  Questa sua analisi e il modus vivendi  che ne scaturisce, fa di lui un jafarita, in un certo senso, più che un duodecimano. Ashkevarî insiste sul fatto che la creazione dell’Adam, dell’Insan-al-Kamil, o Uomo Vero, è la massima aspirazione dell’uomo religioso, e la storia, o meglio il tempo, è nemica di questa ascesi. Attenti a non fondersi nel mondo demiurgico, il quale è, nel suo pensiero, erede del mazdeismo, totalmente impuro e governato da doppi, da simil umani presi tra i jinn, e gli angeli. In questo senso, Ashkevarî, è un anti hegeliano, non esiste realizzazione progressiva dello Spirito, poiché il Vero è presente intero da prima che nascesse la storia. La storia non segue una logica teleologica, e ciò ce ne rendiamo ben conto, ma la successione di epifanie fanno eco al Cielo e preparano l’avvento della luce maomettana, e dell’Imam non manifestato.

“…per gli indiani era più importante Saturno piuttosto che Giove, il primo consacra in un’estrema durezza la spiritualità, mentre il secondo, il gioviale padre degli dèi, favoriva il materialismo.”

Per il nostro filosofo, la sapienza greca antica, ad esempio, diventa così parte di una verità universale, intesa come iperuranica, e i maggiori pensatori greci, sono considerati alla stessa stregua di Imam, di guide di verità, dove l’essenzialità religiosa traspare anche nella modalità di condotta, contrariamente a quanto si possa pensare oggi, in un’analisi parziale della visione platonica, come priva di morale o etica.

Per tornare a noi, è tuttavia in uno spirito di sintesi, e non di sincretismo, che il pensiero di Ashkevarî diventa fondamentale per la comprensione di una dinamica eurasiatica. Se Platone e Aristotele sono presi senza frullatore, e al contempo Zarathustra è simbolicamente un loro Pir, sicuramente la dialettica apparente e occulto, ha per noi comuni mortali, un sapore totalmente islamico, totalmente sciita. Ma è questo l’errore che molti fanno, pensando che l’Islam, sia una religione granitica, e non un pensiero antecedente al suo stesso avvento. Così come si fa l’errore di pensare alla duplicità della realtà, come esclusivamente cosa islamica, o orientale. Mehr sein als scheinen, dicevano i mistici tedeschi, e prima di loro i sapienti della religiosità norrena. Essere, e non apparire, significa in tutto è per tutto, andare oltre al simbolico, oltre al contestuale, ma all’essenza, farsi messaggio, farsi idea.

Alcuni autori pretendono che la filosofia sia nata presso i barbari.”

Come dicevo, lo spirito di sintesi di Ashkevarî, risulta essere innovativo anche dal punto di vista oserei dire geopolitico, o meglio di una geopolitica delle religioni. Nella sua opera, sono citate il più delle volte, sintonie con i caldei e gli egizi, ma è verso l’Oriente estremo che verte il suo gusto, quando afferma che Buddha e i confuciani cinesi, sono da prendere all’altezza di profeti perché saggi, onorando un hadith già tanto citato, che invita il musulmano a cercare conoscenza fino anche in Cina. Mentre sull’India, ebbe a dire, che erano i migliori per quanto concerne le pratiche psicofisiche, quelle del soffio, della concentrazione e dell’immaginazione, presenta gli indiani come superiori perché aventi una spiritualità molto forte, più degli altri popoli! I sufi, cacciati dall’Iran all’epoca di Ashkevarî, prenderanno “residenza”  in India per l’appunto, dove irrimediabilmente, l’incontro tra pensiero islamico e pratica hindu, sedimenterà la storia di un subcontinente intricato ma armonioso, dove le lotte religiose sono di forma e non di essenza. Per tornare agli indiani, Ashkevarî afferma una cosa strana, che va anche contro il pensiero di Ficino, dicendo che per gli indiani era più importante Saturno piuttosto che Giove, il primo consacra in un’estrema durezza la spiritualità, mentre il secondo, il gioviale padre degli dèi, favoriva il materialismo. Gli indiani preferivano il primo, mentre i greci il secondo! Pagine intere sono invece dedicate a Zarathustra, che risulta essere l’annunciatore del Mahdi, confermando esplicitamente la convergenza iranica dello zoroastrismo e dello sciismo, nonché ritrovandoci l’essenza dei culti gnostici quali il bogomilismo, il catarismo, e probabilmente anche il pensiero di Florenskij. Tuttavia, è pur vero che Ashkevarî si era concentrato molto sul pensiero greco, ma è anche vero che per lui, questi erano i testimoni di una conoscenza che veniva da altrove e da altri tempi. Non esiste così “miracolo greco” per il nostro filosofo, ma un ventre eurasiatico che ha nutrito tutti i pensieri circostanti, come una beata mamma nutre i suoi figli. Come Platone prestava voce al sacerdote egizio nel Timeo:  “O Solone, voi greci siete ancora dei fanciulli… poiché non avete in mente nessuna opinione antica fondata su una tradizione ancor più antica, e nessuna scienza sbiancata dal tempo.” E come disse Diogene Laerzio : “Alcuni autori pretendono che la filosofia sia nata presso i barbari.”

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