Attualità

Contro la NON-VIOLENZA

1 Dicembre 2020

di Alessandro Viviani


Ingiustizia sociale, conflitti etnici, degrado urbano, disoccupazione, fratture tra centro e periferia delle grandi metropoli: la società capitalista – nonostante l’ottimismo pervasivo e propagandistico – non può che essere intrinsecamente violenta. Il “villaggio globale” è una società aperta ma informe, senza più il luogo della sintesi: cioè lo Stato, inteso organicamente come forma organizzata ed esteriore di un popolo sovrano, stanziato su un dato territorio.

 I frammenti della società civile si scontrano tra loro, senza che vi sia nessuna sintesi tra gli interessi privati parziali e quelli supremi nazionali. Un incubo post-hegeliano. Donne e bambini sono spesso le vittime di una violenza incontrollata che, purtroppo, colpisce le frange più deboli della società. Il “partito radicale di massa” – così Augusto del Noce definiva il nuovo paradigma politico – sembra tuttavia strumentalizzare la questione della violenza di genere come ariete da utilizzare contro un supposto patriarcalismo.

Eppure, siamo ben lontani dalla concezione premoderna – patriarcale nel senso nobile del termine – della famiglia quale unità eroica ed organica, tipica degli indoeuropei: «Il padre era il sacerdote virile del fuoco sacro familiare, colui che per i suoi figli, i suoi congiunti e i suoi servi doveva apparire come un mediatore naturale di ogni rapporto efficace col sovrasensibile. Mentre la donna, avendo in via di principio la natura di Vesta, fuoco-vita, era in un certo modo il vero sostegno di questa influenza sovrasensibile, facente da controparte al puro principio virile del pater familias».

Siamo egualmente distanti anche dal modello borghese: qui, il padre – che doveva assomigliare un po’ al signor Falkenberg del romanzo Gilles – convince i figli che una legge economica regga il mondo e che il pericolo non esista: è la tipica famiglia dalla quale un “cuore avventuroso” sente di dover scappare in cerca del pericolo stesso, come scrive Ernst Junger.

Per quanto fosse un modello ricco di contraddizioni e ipocrisie quello borghese fu pur sempre un modello tangibile, con dei codici propri. Oggi, il pater familias di una piccola famigliola nucleare vive alla stregua di un somaro da lavoro, considerato solo nella sua funzione produttiva e non certo educativa: almeno fino a quando non viene sostituito e poi mantenuto da un reddito universale di sussistenza, con il beneficio di un account promo su PornHub, in sostituzione dell’orologio che i suoi vecchi ottenevano per il pensionamento. Poco spazio, quindi, nelle attuali famiglie, per costruire quel luogo autorevole di primaria socializzazione in cui vengono veicolati dei valori e dei codici di comportamento determinanti per tutta la vita. Il mantra delle istituzioni e delle associazioni contro la violenza di genere è: “educare per prevenire”.

L’educazione di Stato noi la conosciamo dai tempi di Platone, quando un Mito poteva essere un vero insegnamento a carattere iniziatico. Un’educazione di Stato oggi necessiterebbe di uno “Stato Etico” e di risorse; ma, anche ammesso possa esistere oggi, in occidente, uno Stato in grado di introdurre i giovani cittadini alla vita collettiva, bisognerebbe capire secondo quali presupposti ideologici.

Per esempio: un bambino introdotto alle regole di una disciplina sportiva marziale potrebbe accettare il fatto che la violenza esista, ma che con l’aiuto di un maestro sia possibile ordinarla, controllarla e canalizzarla attraverso l’etica – alla quale corrisponde sempre un’estetica: altrimenti non ci sarebbe motivo di praticare il Judo indossando il Judogi, entrando sul tappeto secondo delle procedure e delle piccole ritualità. Attraverso lo sport si impara anche l’empatia ed il rispetto per la gerarchia e per i propri compagni.

La pretesa dei nuovi pedagoghi di Stato, tuttavia, sembra essere quella di eliminare la violenza fin dai primi anni di vita: magari attraverso il senso di colpa, reprimendo qualsiasi naturale propensione al conflitto. Insomma, non bisogna integrare e imparare a controllare la violenza: bisogna tentare di rimuoverla! Non c’è società più violenta di quella in cui la violenza viene bandita come fosse un corpo estraneo o un incidente di percorso del buon selvaggio. La violenza, al contrario, è da sempre parte integrante di quel “mondo in piccolo” che è l’uomo. Il premoderno – per il quale «ogni immagine è un simbolo ed ogni azione è un rito» – intuisce il rapporto originario intercorrente tra la violenza e la dimensione “tremenda ed affascinante” del Sacro, la cui manifestazione in ogni aspetto della vita – la ierofania, secondo l’antropologo rumeno Mircea Eliade – è una delle caratteristiche delle società tradizionali. Il Sacro quindi, in quanto coincidenza di opposti, non solo comprende necessariamente la violenza – insieme al suo contrario, cioè la non-violenza – ma ha la suprema funzione di ordinare questo “lato oscuro” e limitarlo affinché non degeneri in Caos ed anarchia.  

La Modernità, promuovendo quella visione del mondo materialista ed immanentista che il filosofo russo Alexander Dugin definisce “cibelica”, di fatto distrugge la verticalità ed estromette il sacro dalla storia. In un mondo come quello attuale, dove tutto è appesantito dalla materia, il sacro trova spazio solo nei libri di antropologia culturale. Secondo René Girard, tuttavia, questa «tendenza a cancellare il sacro, a eliminarlo interamente, prepara il ritorno surrettizio dello stesso, in forma non più trascendente bensì immanente, nella forma della violenza e del sapere della violenza».

Adottando una prospettiva anche junghiana, potremmo asserire che tentare la rimozione e la repressione di qualcosa ne assicura il ritorno come Ombra, come forza oscura ed incontrollabile: così come l’età dei Lumi e della ragione nascose un oscuro occultismo; così come l’ottimismo storico e borghese nascose ingiustizie sociali e conflitti, così oggi il tentativo di rimozione della violenza provoca il ritorno della stessa sotto forme subliminali, incontrollabili e potenzialmente ingestibili. Eppure, la nostra Civiltà – in transizione tra il crepuscolo e la notte – pare faccia di tutto per cancellare due archetipi fondamentali per l’uomo: la morte e la guerra, condannandolo così ad esistere inautenticamente e, peraltro, ad accettare qualsiasi disposizione sociale pur di conservare salute e sicurezza.

Ogni civiltà in declino, secondo il filosofo tedesco del Tramonto, la si riconosce proprio perché sopra ad ogni cosa teme la morte. Potremmo dire la stessa cosa riguardo al conflitto: nel dominio politico, ciò è evidente nella teoria liberale dello stato. Il borghese, vero protagonista della modernità – e definito un errore sociologico, nonché un indolente timoroso della morte, dal sopracitato filosofo russo – non accetta che il conflitto faccia parte della natura umana, e crede di poterlo eliminare grazie al commercio, costruendo uno Stato imbrigliato ed inadatto alla “decisione”, quindi alla politica in senso forte “schmittianamente” intesa.

“La Grande Guerra, infatti, si combatte innanzitutto contro i nemici che si annidano dentro di sé, contro la parte bassa e ctonia dell’uomo ad opera della parta alta: lo Spirito, senza fede nel quale non si risolve, secondo l’Imam rivoluzionario Ruhollah Khomeini, la grande crisi dell’uomo.”

Del resto, se la felicità è la somma degli interessi privati – tale è la tesi liberale – in effetti la miglior politica sembrerebbe la nonpolitica: questo comporta la neutralizzazione e la spoliticizzazione dello spazio, che poi viene puntualmente riempito da altri soggetti: colossi privati che superano il PIL di interi paesi; oppure soggetti statuali politicamente attivi, realmente sovrani, che vantano una forma-stato illiberale – consapevoli della diade Amico/Nemico come categoria fondamentale del politico. Il liberale è ben lontano dal realizzare la Pace attraverso l’Impero equilibratore, in uno stato di guerra permanente contro il disordine ed il nemico della pace, oltre il limes, nel deserto aspettando l’arrivo dei Tartari che magari non arriveranno mai; al contrario, egli di fatto realizza la guerra, idealizzando una falsa pace costruita sulla “religione global-secolare” e morale universale dei diritti umani. Nietzsche ci ricorda, a proposito, che non resta altro mezzo per rimettere in onore la politica: «si devono come prima cosa impiccare i moralisti!».

Guerra e pace, tuttavia, sono archetipi che devono marciare congiuntamente: se è vero che “la battaglia come esperienza interiore” possa avere una funzione anagogica, portando al superamento di sé, è altrettanto vero che una mancanza di equilibrio possa invece portare ad una regressione sub-personale, dettata dagli istinti del basso ventre. Da Platone al Corano, l’uomo ha imparato che in ogni aspetto della vita vi è l’eco di una lotta perenne tra l’Ordine ed il Caos. La Grande Guerra, infatti, si combatte innanzitutto contro i nemici che si annidano dentro di sé, contro la parte bassa e ctonia dell’uomo ad opera della parta alta: lo Spirito, senza fede nel quale non si risolve, secondo l’Imam rivoluzionario Ruhollah Khomeini, la grande crisi dell’uomo. Non possiamo riporre speranze in una possibile rettificazione del dominio politico-sociale, dal momento in cui le strutture politiche crepuscolari, come lo stato-nazione, sembrano essere, ormai, una bozza di stato globale: almeno in occidente. Crediamo nello Stato organico, ma non nello Stato-balia: non abbiamo nessuna voglia di assistere alle lezioni dei nuovi pedagoghi che ci spiegano ciò che, secondo la nostra dimensione della vita, è più che scontato – come il rispetto per la donna; ma non abbiamo neanche nessuna intenzione di schierarci con i giornalisti alla stregua di Feltri.

Possiamo però evitare, come il viaggiatore tessoniano, compromissioni profonde con un mondo rovesciato e, nel sodalizio comunitario presso quelle “tavolate di amici nei boschi” evocate dallo scrittore francese, cercare di ristabilire l’autenticità della vita attraverso la lotta quotidiana contro il disordine.

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