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SEI “SÌ” PER UNA “GIUSTIZIA PIÙ GIUSTA” 1/3

12 Luglio 2021

La sfida referendaria aperta da Partito Radicale e Lega è un’occasione imperdibile per ricondurre un distorto potere giudiziario nell’alveo costituzionale e per rimuovere sacche di consociativismo eversivo. Dal 2 luglio firmiamo i quesiti per poi, nel 2022, correre alle urne per saldare azione politica e volontà popolare e porre termine a trent’anni di follia giacobina

di Stefano De Rosa

Il Settecento illuminista, con alcune delle sue massime espressioni, almeno nominalmente, irrompe nelle cronache italiane della tarda primavera 2021. Da una parte, le utopie di Rousseau vengono espunte – se non dai libri di storia e di filosofia – almeno dalla politica politicienne: il divorzio dell’omonima associazione dal M5S contribuisce a rendere meno opaca una delle più inquietanti vicende che ha gravemente screditato il quadro sociale e parlamentare dell’ultimo decennio e a porre fine a quello sconcertante finanziamento obbligatorio a favore di un’associazione privata imposto ogni mese – vero e proprio taglieggiamento – ai parlamentari pentastellati e pagato indirettamente dal contribuente italiano.

Dall’altra, gli insegnamenti di Montesquieu che, grazie ai sei referendum sulla giustizia depositati unitariamente in Cassazione lo scorso 3 giugno da Partito Radicale e Lega, possono sperare di vedere difesa quella separazione delle funzioni essenziali dello Stato (esecutiva, legislativa e giudiziaria) tratteggiata nell’Esprit des lois, ma da trent’anni calpestata dall’aggressione della Magistratura militante e dallo speculare arretramento di una politica incapace di fronteggiarla. È su questa iniziativa di democrazia diretta prevista dall’art. 75 della Costituzione – da non confondere con la moderna degenerata accezione rousseauiana – che intendiamo prendere le mosse per le nostre riflessioni. Ma un passo indietro è necessario.

IL “SISTEMA” PALAMARA

Ad inizio anno, il caso editoriale è stato rappresentato dall’intervista di Alessandro Sallusti a Luca Palamara, intitolato “Il Sistema”. Nel libro, l’ex presidente dell’Anm ed ex consigliere del Csm getta luce sulle ombre dei meccanismi segreti che sovrintendono al mercato delle nomine e alle negoziazioni delle carriere dei magistrati. Così come sulle alchimie e sugli intrighi nei palazzi del potere giudiziario italiano posti in essere per promuovere inchieste o insabbiarne altre, pilotare accanimenti investigativi, processi, sentenze di assoluzione o di condanna e per compiacere un certo modo di gestire la giustizia a senso unico (quello – per dirla con Palamara – dell’egemonia culturale della sinistra giudiziaria) distorcendone, attraverso lo strapotere correntizio del sindacato delle toghe, equilibrio ed imparzialità.

L’installazione nel maggio del 2019 di un virus informatico, il cosiddetto trojan, da parte della Procura di Perugia nel cellulare dell’ex zar delle nomine, nell’ambito di un’indagine avviata su di lui nel dicembre 2017, fa emergere il “sistema” che regola il funzionamento e le connessioni tra Magistratura e politica. Un “metodo” – fatto di relazioni, frequentazioni, promozioni, trasferimenti, siluramenti – del quale Palamara per una dozzina di anni è stato l’indiscusso riconosciuto regista e che relegava le audizioni del Csm a semplici pro forma.

Salvo poi, una volta rese pubbliche le intercettazioni di mail, chat e colloqui telefonici compromettenti, ritrovarsi solo, disconosciuto da tutti, soprattutto – ovviamente – dai suoi numerosi ed autorevoli beneficiati. Unico ed utile capro espiatorio, modello Craxi. Perché al “sistema”, dal di dentro, non ci si può opporre. Un libro che non determina il grave discredito del quale oggi soffre la Magistratura; ma che contribuisce almeno a spiegarlo e giustificarlo, e a far prendere coscienza ai lettori e all’opinione pubblica dell’allontanamento dal modello orizzontale, diffuso dell’ordine giudiziario tratteggiato in Costituzione e dell’approdo a quello verticale, gerarchico, centralizzato (e forse eversivo) del quale l’ufficio del pubblico ministero rappresenta la pericolosa sintesi.

Un sistema, dunque, distorto basato sul potere asimmetrico delle Procure, unico caso al mondo di ufficio privo di responsabilità, in cui il pm (peraltro capo della polizia giudiziaria) gode di indipendenza, autonomia ed inamovibilità, ma finisce per non rispondere a nessuno del suo operato. Non ha responsabilità, ma ha un enorme potere. “Non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra della legge e con i colori della giustizia”. Con tale significativa citazione di Montesquieu si chiude il clamoroso caso editoriale che ha aperto questo 2021.

Non deve stupire, allora, che l’8 giugno scorso la Procura generale della Cassazione abbia chiesto al Csm la conferma della radiazione di Luca Palamara dalla Magistratura. Un processo per connivenze con la politica concluso nell’ottobre 2020 a tempo di record (si parlò di “turbo-processo”), con sentenza di condanna “già scritta” e votazione “bulgara”, nel quale – sia detto per inciso – non furono ammessi 133 testi indicati dall’autore del “Sistema”. Testimonianze che, se rilasciate, avrebbero determinato la cacciata di molti giudici e soprattutto pm nominati e promossi in tutti i gangli delle strutture giudiziarie con un metodo superficialmente denominato dal giornalismo collaborazionista al servizio delle Procure “metodo-Palamara”.

continua…

Fonte: Italicum

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