Attualità

Il fuoco della barbarie brucia Notre Dame

29 Aprile 2019

Come si è soliti fare in Italia, ormai da decenni, ogni accadimento di una certa rilevanza vede contrapporsi, non meno banalmente di una semplice partita di calcio, schieramenti opposti e divisi tra difensori del giusto o dell’errato, esponenti dell’opinione ad ogni costo piuttosto che della riflessione. Notre Dame brucia! E al via i piagnistei di persone che fino a 14 aprile non hanno neppure notato la sua esistenza. Notre Dame non è stata distrutta da un incendio, la sua distruzione risale a molti anni prima e si è perpetrata nel tempo a causa dell’incuria, del disinteresse, della perdita di quei valori che la Cattedrale rappresenta e per i quali ha ragione di esistere.
L’opus francigenum, poi comunemente chiamato stile gotico, nacque proprio nell’Ile de France alla metà del XII secolo, periodo al quale appartiene la costruzione di Notre Dame secondo i modelli e le tecniche della nuova corrente artistica. Il sito era già sacro da secoli, a partire dal I secolo a.C nella stessa area vi sorgeva un tempio pagano dedicato a Giove. La costruzione della nuova Cattedrale era motivata dalle ricerche spirituali in ambito filosofico e teologico che legavano la materia e la tecnica ad un sentimento metafisico e trascendentale. Aspetti questi inscindibili per comprendere il valore dei monumenti gotici. La luce solare che, variegata dalla policromia delle vetrate, entra nelle cattedrali gotiche voleva essere una manifestazione evidente del divino; la leggerezza e la verticalità delle guglie e delle torri, rappresentava lo slancio verso il cielo, la ricerca di un dialogo e di un rapporto con il Dio, restando nel mondo. Gli architetti di allora non erano semplicemente dei calcolatori di numeri e per realizzare spazi assecondavano la struttura regolata dall’armonia celeste. Lo evidenzia Victor Hugo nel suo romanzo del 1831 Notre Dame de Paris: «Allora chiunque nasceva poeta diventava architetto (…). L’architettura è stata fino al quindicesimo secolo il principale registro dell’umanità, in quell’intervallo non c’è stato pensiero nel mondo minimamente complicato che non si sia fatto edificio. (…) Il fatto è che ogni pensiero ha interesse a perpetuarsi, l’idea che ha animato una generazione vuole lasciare una traccia. Ora, che precaria immortalità è quella di un manoscritto! Che libro assai più solido e resistente è un edificio! Per distruggere la parola scritta bastano una torcia e un turco. Per demolire la parola costruita occorre una rivoluzione sociale, terrestre».

Ma quando Hugo scriveva queste righe la rivoluzione che aveva distrutto la parola ‘costruita’ c’era già stata, nel 1789, e aveva fatto di Notre Dame un tempio laico del materialismo, devastandone e distruggendone vetrate, sculture e strutture architettoniche.

Si era arrivati alla proposta di abbattere la Cattedrale in quanto simbolo di quella tradizione che gli intellettuali giacobini volevano cancellare per sempre. Notre Dame però resistette al nichilismo dei distruttori di valori autoctoni, grazie anche alla mediazione di alcuni intellettuali come Hugo o come Napoleone o ancora come Eugène Viollet-le-duc, personalità che hanno sì continuato a rendere Notre Dame un simbolo della Francia ma allo stesso tempo avendo ormai subito una trasformazione della loro coscienza non ne hanno compreso a pieno il senso. L’architetto Viollet-le-duc, sopraggiunto in difesa del gotico e del ripristino di tutti i monumenti gotici deturpati durante la Rivoluzione Francese, finì poi quasi per distruggerli per sempre. Fu lui l’ideatore di quella guglia caduta nell’incendio e che non era prevista nel progetto originale. L’architetto si basava sul concetto di “restauro stilistico” che da lui prende avvio, secondo il quale compito dell’architetto è riportare l’opera all’unità di stile perduta, interpretando il volere dell’ideatore del progetto primigenio e riproponendo lo stile originale attraverso la copia dei modelli superstiti appartenenti allo stesso stile di riferimento. In realtà con queste convinzioni si arrivò a produrre dei falsi storici, senza rispettare il processo di stratificazione che aveva contribuito a rendere celebre un monumento nel tempo e riducendo il tutto a pura estetica. Infatti per Viollet-le-duc e i suoi sostenitori l’estetica prevale sulla storia, di contro all’opinione ad esempio dell’inglese John Ruskin, che al contrario considerava un monumento valido per il suo significato storico e come un organismo che attraversa un processo di nascita, cambiamento e morte, a cui si può tentare di porre rimedio solo attraverso la tutela quotidiana. Come può resistere al tempo un monumento che ha perso il suo significato intrinseco ed essenziale? Come ci si può indignare per la caduta di una guglia inserita arbitrariamente alla metà dell’Ottocento e che da sola non ha significato, se non quello di gratificare la visione unitaria del turista che immagina di guardare un monumento sano e integro e che invece osserva un monumento trasfigurato e con una profonda ferita? Come si può difendere Notre Dame se non si difendono e non si spiegano le ragioni, i significati profondi, le simbologie che ne hanno dettato la nascita? Non a caso Notre Dame fu scelta dallo scrittore e storico Francese Domenique Venner, morto suicida dietro l’altare della Cattedrale, non in seguito ad una legge favorevole alle unioni gay come è stato banalizzato dalla stampa il suo gesto, ma per svegliare le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini. Vano è stato il suo tentativo e vana sarà la ricostruzione della guglia caduta durante l’incendio dello scorso 15 aprile, soprattutto se a lanciarne la ricostruzione è un Presidente che ha portato alla dissoluzione dello spirito francese ed europeo. Notre Dame è già morta da secoli, è già sparita sotto l’incendio della barbarie, quella che l’ha ridotta a immagine da cartolina come sostiene Sgarbi, a semplice passaggio delle folle inconsapevoli del simbolo che davvero è stata un tempo, in un periodo in cui vi era un popolo che aveva ancora viva la memoria della propria identità.
Tuttavia, se è vero che la speranza è l’ultima a morire, chissà che il fuoco che ha bruciato Notre Dame, in fondo, altro non sia che un segno di una pronta rinascita e di un’elevazione spirituale che aveva necessità di passare attraverso una purificazione e un sacrificio! I monumenti altro non sono che il prodotto dell’operato dell’uomo, più che della distruzione dei simboli del passato dovremmo inorridirci dell’incapacità di saperne creare di nuovi, che al pari degli antichi riescano a contenere l’essenza di un popolo, che mai più di oggi ha bisogno per sopravvivere di risvegliare e mostrare la propria anima.

Roberta Simeone


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